Mafiocrazia

Via D'Amelio dopo la bombaBerlusconi se vuole risolvere i suoi problemi ci deve risolvere pure quelli nostri.. – Giuseppe Guttadauro
Le recenti sccoperte e rivelazioni sulle stragi mafiose del 1992-1993, in particolare quella di via d’Amelio, sono assai preoccupanti per coloro ai quali sta a cuore la legalità.

Secondo le ricostruzioni che sono state fatte da alcuni quotidiani e da alcuni pentiti, dunque nulla di certo in sede giudiziaria, Paolo Borsellino fu fatto saltare in aria assieme alla sua scorta non perché stesse facendo indagini particolarmente pericolose per i mafiosi, bensì perché era venuto a conoscenza della trattativa che alcuni settori dei carabinieri avevano iniziato con l’ex sindaco di Palermo, Vito Ciancimino, notoriamente uomo nelle mani dei corleonesi, in particolare di Bernardo Provenzano.
Pare però che Riina, l’uomo che più di tutti gli altri volle la strategia stragista, non fosse intenzionato a uccidere Borsellino, quanto piuttosto dei politici. Poi però qualcosa gli fece cambiare idea, tanto che l’organizzazione dell’attentato fu decisa in fretta e furia. Cosa fu?
Probabilmente proprio il fatto che Borsellino venne a conoscenza di questa trattativa, fatto questo che è emerso solo nelle ultime settimane, grazie anche al programma tv “AnnoZero” (strano che sia stato Santoro a fare questo scoop, e non il pur bravissimo Vespa). Probabilmente fu proprio su questo fatto che Borsellino lavorava così alacremente in quelle settimane, durante le quali sentiva di essere estremamente in pericolo.

Dopo la strage di via d’Amelio qualcosa probabilmente inizia a muoversi, non solo in Sicilia. Tangentopoli comincia a sradicare il vecchio potere del pentapartito, tradizionale referente politico della mafia sicili ana, anche se, a onor del vero, i rapporti si erano già congelato qualche anno prima, con la svolta socialista del 1987. L’indignazione popolare di quel periodo però tolse dai posti privilegiati i referenti politici più importanti e dunque la mafia aveva chiaramente bisogno di ristabilire dei rapporti.
Se nel 1992 la cosa più ovvia pareva essere quella di appoggiarsi al governo in carica, e in particolare nella persona di Mancino, allora ministro dell’Interno (sempre secondo i pentiti), qualche mese dopo qualcuno pensò che puntare sulla sinistra poteva non rivelarsi un cavallo vincente. O meglio, sarebbe stato necessario mettersi d’accordo sia con gli uni che con gli altri.
Da qui dunque nacque, probabilmente, l’avvicinamento di Dell’Utri (e dunque Forza Italia) con la mafia siciliana, nelle persone di Mangano prima e Antonino Cinà poi.

D’altra parte a destra pensarono che non conveniva andar troppo per il sottile. Sappiamo tutti quali erano le situazioni delle imprese berlusconiane in quel periodo: minacciate dai debiti e dalle indagini del pool di Mani Pulite l’unica soluzione era ormai entrare in politica e difendersi grazie ad essa.
Dunque se la sinistra era ormai controllabile e ricattabile a causa della trattativa del 1992 (oltre ad altri segreti di cui il PCI fu responsabile morale e sui quali preferì tacere in cambio di qualche riconoscimento politico o normativo) la destra divenne l’alleata della mafia in Sicilia perché aveva bisogno di quei voti per battere l’alleanza post comunista di Occhetto.
Fu dunque questo il motivo che spinse la destra berlusconiana a trattare con la mafia? I voti dei mafiosi e della Sicilia intera?
Non sarebbe certo la prima volta che la Sicilia e dunque Cosa nostra si trovano ad essere al centro della bagarre politico-elettorale. Ci fu un altro momento, infatti, durante il quale si stava preparando un cambio di potere, una legittimazione popolare, e anche allora il dilemma fu tra la destra di De Gasperi (la DC) o la sinistra togliattiana (il PCI legato però a Mosca a quell’epoca).
Dalla necessità di non dare il paese in mano ai comunisti nacque la scellerata idea della Strage di Portella della Ginestra, il marchio di fuoco della repubblica italiana, il segno distintivo della mafia sulla nostra democrazia.

Terminata quell’epoca con Mani Pulite e con la caduta del Muro di Berlino, i vecchi apparati avevano bisogno di ritrovare referenti politici. La storia di Berlusconi è esemplare. Caduto nella polvere il suo amico Craxi si buttò egli stesso in politico e la mafia gli diede (probabilmente) una mano per conquistare un potere grazie al quale si sarebbero sistemati molti affari.
La cosa che più spaventa in questa ricostruzione è che, se fosse vera, i politici italiani, che siano del 1950 o del 2000, non hanno mai avuto problemi a trattare con criminali efferati come i boss di Cosa nostra.
Ma se questo può sembrare a qualcuno solo il minore dei mali (in molti sostengono che sarebbe stato peggio se fossero andati al potere i comunisti, perché saremmo tornati ad essere sudditi di un regime), a me pare molto pericoloso per la democrazia e la società italiana.
Certo, non viviamo più sotto un regime, né nero né rosso, fortunatamente.
Però non abbiamo la possibilità di essere orgogliosi del nostro Paese e delle sue istituzioni, siamo disincantati, il nord odia il sud e viceversa, la costante alleanza della mafia con la politica, oltre a portare a centinaia di morti ammazzati ogni anno, oltre ad ammazzare le possibilità di sviluppo del sud Italia, oltre a distruggere il territorio, oltre a causare perdite per l’economia nazionale di decine o centinaia di miliardi di euro (la stima del fatturato delle mafie per il 2008 era di 130 miliardi di euro) le mafie causano un problema che è, se possibile ancor più grave: radicano e trasmettono a tutto il paese la cultura mafiosa, che, purtroppo, non si sradica né con la legge, né con la repressione, né con il sequestro dei beni.

http://libertagiustizia.ilcannocchiale.it/

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