Una Lega Nord con la coda di paglia

La Padania nel 1998“Un buon capro espiatorio vale quasi quanto una soluzione” – Anonimo .  
Quattro leghisti bergamaschi sono ora indagati con l’accusa di aver picchiato due camerieri extracomunitari. Questi due criminali (i camerieri chiaramente, mica i leghisti) erano probabilmente colpevoli di un gravissimo reato: quello di immigrazione clandestina, reato per cui, nel codice penale padano, vi è la condanna ad essere picchiati da qualche camicia verde frustrata.

Ora, noi non sappiamo se è vero che questi quattro ragazzi si siano dati alle maniere violente nei confronti dei due extracomunitari, né sappiamo il motivo per cui è scaturito il pestaggio.
Sappiamo però che è verosimile che qualche leghista abbia preso a pugni degli extracomunitari per odio razziale. Proprio la scorsa settimana l’ex ministro guardasigilli Castelli, con la consueta boria, interrogava il pubblico di AnnoZero chiedendo quando mai una manifestazione leghista si sia conclusa con delle violenze, come quelle causate spesso e volentieri dai comunisti.
Effettivamente Castelli ha ragione, mai prima d’ora vi era notizia (o per lo meno, io non ce l’avevo) di violenze da parte dei leghisti durante le manifestazioni. Ma il razzismo leghista non si traduce in botte e pugni. Si traduce nel lavoro nero, nei ghetti, nel rifiuto sociale, nella disparità di trattamento che si riserva a chi non è del luogo, indipendentemente dalle qualità morali ed umane dell’individuo.

Oggi, in Padania, non si giudica più una persona in base a quanto lavora, all’affetto che prova nei confronti dei propri figli, nella capacità di rispettare le leggi (anzi, quest’ultima caratteristica, che un tempo era una virtù, oggi è indicativa di una persona stupida), alla simpatia o all’impegno che ci mette nel fare di questo paese un posto migliore, nel proprio piccolo. No, oggi l’unica discriminante è il luogo di origine. Sei un veneto o un lombardo, che fa le corna alla moglie, maltratta i figli, evade le tasse, ricicla i soldi dei mafiosi? Allora sei dei nostri, te si nostran! Sei un marocchino, che ha investito tutti i propri soldi per aprire una paninoteca o che vende i propri prodotti al mercato, che ha 3 figli da sfamare e che lavora come un pazzo, cercando di rispettare le leggi in un paese di briganti, pur di sostenere la propria famiglia? Vattene, torna a casa tua, pezzente.

Questa è la legge leghista. Però un modo per farsi accettare dai leghisti pur non essendo alto, biondo e padano c’è: avere soldi, tanti soldi e magari qualche conoscenza.
Hanno iniziato accettando ben volentieri i siciliani, i calabresi e i campani, un tempo portatori di malattie infettive e criminalità (quando venivano per lavorare alla FIAT), oggi portatori di soldi e benessere (quando vengono per riciclare il denaro della mafia), presto probabilmente si ritroveranno ad adulare colombiani, nigeriani, albanesi. Purchè portino soldi per le fabbrichette, purchè trovino canali per riciclare denaro sporco, purchè facciano risparmiare sulle costruzioni.
I leghisti si sono sempre vantati di essere meglio di tutti gli altri: lavoratori, onesti, padri di famiglia, rispettosi della miglior (?) religione del mondo, il cristianesimo, schifati dalla mafia e dalla microcriminalità, contrarissimi alla droga.
Eppure Milano è la capitale italiana della cocaina, li la ‘ndrangheta fa affari per miliardi di euro, vendendo droga e rilevando società in crisi finanziaria, entrando nelle banche, nella politica nell’industria lombarda.
I calabresi si stanno leccando i baffi pensando a quanto denaro potranno intascare con l’Expo 2015. Non solo infatti avranno la possibilità di fare affari d’oro grazie agli appalti truccati, come negli anni ’60 e ’70, ma potranno persino far pagare una sorta di pizzo a chi vincerà legalmente. Oltretutto poi potranno ripulire diversi milioni di euro, costruendo società apposite, le quali venderanno materiale fittizio a imprese compiacenti.
Nonostante ciò però l’amministrazione comunale non vuole accorgersene.
Eppure la mafia al nord non è arrivata lo scorso anno. Già dagli anni ’70 in Veneto e in Lombardia sono sbarcati siciliani e calabresi, attratti dall’economia attiva e dinamica che consentiva di entrare nella faccia pulita dell’imprenditoria e di utilizzare quei canali per foraggiare aziende bisognose in cambio di una reputazione, di conoscenze importanti nel mondo della finanza e di nuovi metodi per riciclare il denaro.
Eppure, nonostante il fatto che diversi imprenditori del nord, assieme a banchieri e politici locali, abbiano lasciato correre, in parte per ignoranza, in parte per paura, in parte per convenienza, la Lega Nord continua a considerare il problema mafioso come una questione solamente meridionale, una cosa nata coi “terroni” e che dev’essere risolta dai “terroni”. In fondo, non sono stati mica loro a volere l’unità nazionale.
Questo modo di vedere, abbastanza miope, non considera il fatto che ormai la mafia è un fenomeno globale, che non riguarda solo il sud Italia e che fa affari d’oro anche a Milano, Verona, Madrid, Londra, Edimburgo, Berlino, Marsiglia, Lugano e in tutte le altre grandi capitali economico finanziarie d’Europa e del Mondo.
È un peccato che, pur di continuare nell’ideologia della razza padana superiore dal punto di vista caratteriale e morale rispetto ai “terroni” la Lega perda l’opportunità di risolvere un problema grave, sia per la democrazia che per l’economia del nord. Certo, non è che la Lega Nord sia la chiave ultima per risolvere il problema, ma iniziare ad ammettere che c’è e prendere delle contromisure (sia in politica, grazie agli amministratori locali, sia a livello del territorio, grazie ai molti militanti e al grande seguito di cui gode Bossi e il suo partito tra la gente comune) sarebbe già qualcosa di importante.

http://libertagiustizia.ilcannocchiale.it/

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