Integrazione e assimilazione o riconoscimento dell’altro come uguale a noi

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Via Padova, a Milano, un’arteria ritenuta zona a rischio, visto la densità della popolazione immigrata, è stata il teatro di una specie di guerriglia tra poveri. Un pizzaiolo di 19 anni, egiziano, rimane ucciso; poi gli scontri che hanno trasformato la zona in un’area di guerriglia metropolitana: automobili distrutte, vetrine rotte. Un fatto oggettivamente deprecabile e condannabile, che ha evidenziato, nella determinazione della violenza, una specie di giustizia “ fai da te “. 

Perché l’uccisione del ragazzo non ha portato gli amici ad affidarsi alla magistratura italiana? Perché una zona densamente popolata è sfuggita al controllo dell’ordine pubblico?
Da una certa parte si è combattuta la Magistratura e si è messo in dubbio la sua funzione istituzionale di fare giustizia; da questo potrebbe scatenarsi, tra gli immigrati, il fai da te; la giustizia personale di etnia, per mancanza di fiducia nello Stato italiano.
Una cosa gravissima che richiama certe responsabilità. E’ vero che senza immigrati i nostri quartieri restano sicuri?
Esistono moltissimi quartieri in moltissime città del sud, ove la mafia alligna con grande tranquillità, che sono sotto il controllo e le leggi di questa organizzazione; quante volte si è assistito a guerriglie urbane, a sparatorie in mezzo alla folla, ad inseguimenti, a morti ammazzati, con una media impressionante.
E come mai non si è riusciti a combattere questo problema che da un centinaio di anni stringe la società dentro la sua morsa? Come mai la destra si vanta di avere sbaragliato l’organizzazione mafiosa, arrestando i molti latitanti, mentre nei vari quartieri, dominati dalle mafie e fuori controllo dello Stato, si susseguono i fatti violenti, e non si riesce a fare tornare alla normalità quelle zone?
La guerriglia cittadina, tutta colpa della violenza dell’ “ALTRO“, lo straniero, diverso, per colore, lingua, costumi? Io dico di no.
Matteo Salvini, capogruppo in Consiglio comunale e Milano ed eurodeputato della Lega afferma: “Chiederemo al ministro Maroni di aprire un tavolo per gestire la situazione di viale Monza e via Padova. Questa è un’emergenza che va gestita con pugno duro. Occorrono controlli ed espulsioni casa per casa, piano per piano. Purtroppo, i segnali di quello che sarebbe successo c’erano già “.

Queste affermazioni si riferiscono a fatti di emergenza; ma, i quartieri sotto assedio della mafia, costituiscono la normalità? Diciamo che alla base c’è molto rancore nei confronti dell’immigrato che non è mai stato culturalmente accettato dalle destre, perché non sanno come affrontare il problema, per una soluzione che non sia di repressione. Il fatto grave che costituisce reato va perseguito e punito, ma questo non significa reprimere tutti gli immigrati della zona; è impensabile un fatto simile.
La cultura delle destre è di tipo repressivo, quindi, inadatta alla risoluzione di un fortissimo problema sociale: l’integrazione e l’assimilazione. Integrare ed assimilare, come la stessa parola mette in evidenza, significa togliere allo straniero tutta la scorza che lo fa essere un diverso da noi, togliergli la stessa identità, ridurlo ad un essere senza tradizioni, origini, usi, linguaggio, per assimilarlo all’italiano; quindi, per farlo divenire uno do noi, identico formalmente. E, se così fosse, probabilmente, la paura del diverso passerebbe, perché ci troveremmo in mezzo a persone, ormai, assimilate ed integrate; quindi, identiche in tutto, tranne il colore.
Invece, credo che l’immigrato vada accettato come “diverso “; nell’essere diverso da noi, ma nello stesso tempo alla pari, proprio perché accettato nella sua dignità di uomo, col suo linguaggio, con le sue tradizioni, usi, religione. Un diverso, uguale, accanto alla nostra esistenza.
Per accettare lo straniero come normalità nella diversità, occorre un cambiamento culturale ed una politica, detta di integrazione, ma che in realtà non miri alla distruzione dell’identità e della storia personale di ciascuno, ma al riconoscimento dei diritti, per il semplice fatto che trattasi di lavoratori che aiutano la nostra economia ed hanno l’intenzione di costruirsi in Italia la famiglia.
Resta il discorso per quanti non abbiano un lavoro o non lo vogliono, preferendo una vita allo sbaraglio ed alla violenza. Costoro vanno espulsi, perché non dimostrano alcuna volontà positiva da permettere un riconoscimento della propria identità. Non è la politica di repressione, né le ronde, né le impronte a risolvere il problema, né il 30% di presenze nelle aule.
Il problema si affronta a monte con la collaborazione degli Stati da cui provengono; con organismi di richiesta dei lavoratori; con controllo del posto di lavoro; con il controllo della messa in regola, degli alloggi, dell’igiene, delle case, a pagare il viaggio di ritorno, etc.. La Bossi-Fini fa carico al datore di lavoro di questi obblighi, che sono rimasti lettera morta. Ma, può il datore di lavoro affrontare tutte queste spese? Io penso di no; infatti, pur di tenere bassi i costi di produzione, i datori di lavoro, in certe zone, danno vita al lavoro in nero; quindi, ad un aumento della illegalità.
Questa maggioranza non ha saputo progettare un programma di orientamento; il suo atteggiamento, solo ostruzionistico e di sbarramento all’accesso migratorio, ha fatto lievitare il problema, che, non trovando la giusta soluzione, come tutti i fenomeni sociali non organizzati e controllati, danno vita a situazioni di libertinaggio, che facilmente scaturiscono in fatti di criminalità e di violenza.
All’interno di strutture legali nascono e si producono altrettante strutture libere, anarchiche ed illegali che sfuggono alle autorità, che, spesso, sono latitanti; basti pensare alla stupidata delle ronde. 
La migrazione è il “ fenomeno“ moderno, frutto della globalizzazione; non va ignorato il problema, ma affrontato in un progetto di accoglienza e di riconoscimento dell’Altro, come diverso, ma uguale a noi.

Cesare Pisano

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