Doping, ci casca anche Rebellin?

bicirebellinQuando rischiamo di affezionarci di nuovo a questo sport, il ciclismo, una nuova mazzata alla sua credibilità viene data dal doping.
L’ultima è di qualche giorno fa e riguarda la positività al Cera – l’Epo di ultima generazione – di Davide Rebellin, 38 anni, fresco vincitore della Freccia Vallone e medaglia d’argento alle scorse Olimpiadi nella gara in linea. Proprio dalla gara dello scorso agosto viene il controllo decisivo del Cio, che ha decretato la positività di altri 5 atleti oltre lui, tra cui un altro ciclista e un’altra medaglia d’oro. Solo il nome di Rebellin è uscito fuori, il Coni italiano ha deciso di renderlo pubblico per trasparenza.

Rebellin, professionista coi fiocchi, a un’età alla quale tutti o quasi i suoi colleghi si ritirano, continua a soffrire e ad allenarsi 8 ore al giorno. Questa positività colpisce proprio uno degli esempi, perché tale è l’immagine che di lui hanno (o forse avevano) i giovani, i tifosi e i colleghi.

Sdegno e sgomento, ma anche prudenza, tra gli addetti ai lavori: Cassani, opinionista Rai ed ex ciclista, Bugno, Chiappucci, Bruseghin, le loro dichiarazioni rimangono ferme sul concetto di lotta al doping, ma diventano malinconiche se si tratta di sparare a zero su Rebellin.
Per capire il perchè vanno fatte una paio di considerazioni: la prima è che quando s’è svolta la gara incriminata già erano stati presi, a causa del Cera, altri atleti (Piepoli e Riccò al Tour 2008, in luglio), e nessuna squadra e nessun medico sottoporrebbe un atleta a una pratica illegale certamente individuabile.
La seconda è che, purtroppo, nel ciclismo si vive ancora di molte zone d’ombra, scontri di responsabilità e lacune legali per quanto riguarda l’anti-doping.
Basta fare l’esempio dell’Operaciòn Puerto del 2007, ufficialmente chiusa in Spagna ma ancora in corso di accertamento in Italia; oppure della percentuale altissima di casi di positività negli ultimi anni riscontrati al Tour de France, molti di più in proporzione alle altre gare.
E’ la gara più importante dell’anno e tutti vogliono vincere? Forse, o forse no. Da anni c’è uno scontro di paternità dagli interessi milionari tra Uci (che organizza tutte le più grandi corse del mondo, meno una) e la Societè du Tour de France, padroni francesi della Grande Boucle. Gli addetti ai lavori si chiedono se il numero di casi di positività al Tour sia dovuto alla follia di direttori sportivi e atleti – che dopandosi vanno in pasto ai controlli sapendo di essere scoperti – o una lotta di interesse, in cui l’Uci scatena contro i padroni francesi del Tour controlli dall’alto tasso mediatico (con tanto di Gendarmerie che fa irruzione nella notte negli alberghi degli atleti), per screditare la corsa e poter magari acquistare in futuro un pacchetto con meno valore televisivo, quindi a costo più basso.
Pare che i controlli, purtroppo, a volte vengano fatti, altre no. A volte siano fatti in un modo, altre secondo una diversa giurisdizione. In alcuni luoghi delle sostanze sono vietate, da altre non si sa.

Senza voler sparare a zero su Davide Rebellin, senza voler gridare la soluzione definitiva al problema doping (in questi casi si passa facilmente dal “Liberalizziamo tutto!”, all’“Arrestiamoli, drogati!”), mi limito a notare che è dal Tour del 1998 (con l’affaire Festina) che questo sport è dilaniato da scandali, voci, gare falsate, risultati dubbi, atleti meteore, ritiri forzati.
Non pare un caso che questo accade proprio da quando nel ciclismo hanno cominciato a girare parecchi soldi. Soldi che investiti, devono fruttare, e per farlo necessitano di risultati.
Credo di interpretare molti tifosi se dico che vorremmo invece uno sport vero, pulito, senza più atleti che muoiono a 40 anni o vengono distrutti e indotti al suicidio.
Per questo ci sentiamo comunque al fianco dei corridori – i lavoratori del ciclismo – augurando loro, ultima ruota del gruppo, un buon 1°Maggio.
E anche a Davide Rebellin, attendendo la conclusione della vicenda.

Francesco Ferrara

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