Voto in Iraq, il popolo chiede normalità

Iraq2010elezioniSette anni dopo l’invasione americana, dopo la guerra, la devastazione e i morti, l’Iraq ieri è tornato alle urne. Non c’erano gli americani a controllare l’andamento del voto. C’era solo l’esercito nazionale. E nonostante gli scontri di prima mattina e le minacce, tantissimi iracheni sono andati a votare. Tra loro c’erano anche i sunniti che 5 anni fa disertarono in massa le urne.
Così, ancora prima che i risultati definitivi siano conosciuti, forse si può già parlare di vittoria della democrazia. Che siano stati gli americani o meno ad esportarla, in questo caso non ha importanza. Perché per un Paese in cui sette anni fa andare alle urne era una farsa, per una popolazione che cinque anni fa decideva di non rischiare la propria vita e di non scegliere da chi farsi governare, oggi sapere che la partecipazione al voto, in alcune zone, è stata del 90 per cento è già da sola una vittoria.
Certo l’Iraq non è diventato all’improvviso “democratico”. Alle prime luci dell’alba c’era il silenzio, c’erano le bombe, c’erano le esplosioni che dovevano dissuadere, ancora una volta, i sunniti dall’andare alle urne. Il bilancio finale è di 38 morti e 100 feriti.
Ma il popolo non si è fatto scoraggiare e con il sole ormai alto si sono addirittura formate le code davanti ai seggi elettorali. Molte delle persone in fila erano donne così come un quarto dei candidati alle elezioni. E per la prima volta le facce di queste donne hanno riempito le strade delle città con i loro manifesti, appropriandosi di un mezzo, quello pubblicitario, totalmente nuovo per la politica irachena. “Gente istruita come me non voterà mai per i perdenti, per i settari. – dice la professoressa Khulood Al-Shimmari, che guida la campagna di uno dei candidati. – Io voto per le donne, perché hanno bisogno dei nostri voti, per poter finalmente lavorare, per poter abolire leggi contro l’uguaglianza, offensive e irrispettose”.
E non era l’unica donna a pensare che il proprio voto fosse importante. C’è chi si è messa in fila con i figli, decisa a votare perché “è un’opportunità che non possiamo perdere, non per noi, ma per i nostri figli”.
Il popolo iracheno vorrebbe un cambiamento di lunga durata e soprattutto un governo capace di garantire cose basilari come l’acqua, l’elettricità, la sicurezza, il lavoro.
Secondo i primi dati, il premier uscente Nouri al Maliki sarebbe in testa con la sua Alleanza per lo Stato di Diritto. Probabilmente merito della trasformazione che ha saputo dare al suo partito, modificato da formazione sciita a formazione nazionalista in cui sunniti e sciiti convivono. La maggioranza conquistata non dovrebbe però bastare ad Al Maliki per avere la poltrona di primo ministro e allora sarà necessario costruire delle alleanze in Parlamento.
Barack Obama, ieri, vedendo l’alta affluenza al voto ha dichiarato che quella giornata “segna una pietra miliare nella storia dell’Iraq” e oggi starà guardando con molta attenzione l’evolversi dei risultati. Perché il Paese, come ha dichiarato il Presidente degli Stati Uniti, “ha davanti ancora giorni difficili” .
E chi governerà l’Iraq dovrà essere capace di guidare il popolo verso il futuro, di accompagnarlo in quella democrazia che fino ad ora ha potuto solo vedere da lontano.

Marianna Lepore


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