Africa, soldi alle ragazze contro l’Aids

AfricasugardaddyNei paesi africani, dove il tasso di contagio da Hiv continua a crescere, si sta diffondendo una nuova tecnica per evitare la trasmissione del virus tra le giovanissime. Non parliamo di medicinali o di pubblicità progresso. Parliamo di soldi. L’ultimo stato ad adottare questa tecnica è lo Zimbabwe, dove la Banca Mondiale ha deciso di pagare le teenager a patto che rinuncino ad avere rapporti sessuali con gli “sugar daddies”. Questi dolci papà, come sono soprannominati, sono semplicemente degli uomini molto più anziani che pagano per comprare o affittare delle amanti teenager.
A volte delle vere e proprie ragazzine, visto che la fascia d’età in esame và dai 13 ai 22 anni, che accettano i rapporti sessuali con questi uomini anziani semplicemente perché sono alla ricerca di soldi. E i “dolci papà” assicurano alle ragazze un pagamento mensile di 6,5 dollari. Il problema è che in un paese come il Malawi dove un adulto su otto è sieropositivo, l’industria dei sugar daddies diventa la principale trasmissione dell’infezione da Hiv. Così ecco che la Banca Mondiale ha formato un campione di 3.800 ragazze fra i 13 e i 22 anni e le ha divise in due gruppi. Nel primo le ragazze ricevevano in media 10 dollari al mese e il pagamento della retta scolastica a patto che frequentassero le lezioni con regolarità. Nel secondo, nessuna riceveva niente. A distanza di un anno e mezzo, nel gruppo di ragazze pagate per andare a scuola l’infezione da Hiv era più bassa del 60%. 
Il provvedimento ha ricevuto numerose critiche perché nonostante i buoni esiti di fatto consiste nel corrompere una persona per indurre dei comportamenti virtuosi. Ma ha ottenuto risultati migliori del previsto. Mayra Buvinic, direttrice del Dipartimento genere e sviluppo presso la Banca mondiale, lo dice chiaramente: “Sembra ovvio, ma non ci aveva mai pensato nessuno di pagare delle ragazzine per convincerle a non avere rapporti sessuali”. La Buvinic assicura che questo approccio di prevenzione dell’Aids è uno dei pochi che ha avuto degli effetti significativi. Tanto che a distanza di un anno, le ragazze che ricevevano i soldi dalla Banca Mondiale non avevano più relazioni con i “sugar daddies” ma con ragazzi di soli due anni più grandi. E la tecnica sembra funzionare così bene che anche in altri paesi, come nello Zimbabwe, è stato introdotto lo stesso programma. 
Nel luglio del 2010 a Vienna, durante il summit mondiale sull’Aids, furono illustrati due studi (uno condotto appunto in Malawi e un altro in Tanzania) che mostravano come tra le giovani donne a cui erano stati assicurati dei pagamenti in contanti ci fossero dei tassi di Hiv molto più bassi rispetto ad altri gruppi della stessa comunità. Secondo Damien de Walque, che aveva condotto lo studio, i risultati erano “incoraggianti e indicano che dobbiamo ulteriormente verificare questa idea in altri contesti e magari su scala più grande.” 
Non tutti hanno accolto questi studi e queste pratiche con entusiasmo, dichiarando che influenzare i comportamenti sessuali potrebbe essere molto pericoloso e che, in realtà, in questo modo non si cerca di eliminare il problema dei “sugar daddies” ma semplicemente si sostituisce il loro ruolo in un altro modo. Eppure in un mondo in cui ogni due persone che ricevono delle cure salvavita contro l’Aids, altre cinque sono infettate, strategie come queste diventano fondamentali per evitare che, soprattutto tra la gente molto povera, la malattia si trasmetta a macchia d’olio.

Marianna Lepore

 
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