Thailandia, gli scontri continuano

BangkokscontriSono in protesta da oltre due mesi, ma le autorità thailandesi sembrano ancora molto lontane dal dare ascolto al movimento delle Camicie rosse. La richiesta è rivolta al premier Abhisit Vejjajiva: rassegnare le dimissioni e indire nuove elezioni. Gli accordi, però, non arrivano e il popolo continua a morire. Soprattutto in queste ore, quando le forze dell’ordine hanno iniziato ad attaccare l’accampamento dei ribelli.

Il primo ministro Vejjajiva, dopo giorni di proteste, aveva deciso di indire nuove elezioni per il 14 novembre e la scelta aveva incontrato il favore di alcuni esponenti dell’Udd, il movimento delle Camicie rosse. Il tentativo di dialogo, però, si è arenato quasi subito sul banco di sabbia della responsabilità per le morti avvenute durante gli scontri delle scorse settimane, che in tutto hanno causato 27 vittime e oltre mille feriti: ciascuna delle due fazioni ha accusato l’altra di essere l’unica colpevole delle violenze.
I militari thailandesi hanno quindi iniziato ad avanzare verso uno dei presidi dei manifestanti, lanciando gas lacrimogeni. Gli scontri, tra ieri e oggi, hanno portato due morti e 56 feriti. “Ci vogliono intrappolare, ma combatteremo fino alla fine, fratelli e sorelle”, ha detto uno dei leader della protesta Nattawut Saikua.
Le notizie si inseguono e, come spesso capita nei paesi lontani dal predominio dei mezzi di comunicazione, non sempre riescono ad essere confermate. Il numero certo dei morti e dei feriti arriverà solo alla fine, al momento la Cnn parla di cinque morti e l’agenzia cinese Xinhua riferisce di ottanta feriti.  Ma altre fonti parlano di 10 morti e 125 feriti. Tra questi c’è anche un giornalista della televisione France 24, Nelson Rand, ferito da un colpo di arma da fuoco mentre stava riprendendo gli scontri tra l’esercito e i manifestanti.
Sulle sue condizioni di salute ora non si sa nulla. E non si conosce nemmeno il destino di Seh Daeng, al secolo Khattiya Sawasdipol, ex generale dell’esercito diventato leader della protesta, colpito ieri alla testa da un colpo d’arma da fuoco.
Il ministro della Difesa ha detto che le operazioni dell’esercito contro i manifestanti servono a convincere i leader delle camicie rosse a negoziare, ma non c’è nessuna traccia di un possibile accordo nei proiettili e gas lacrimogeni lanciati direttamente contro i manifestanti o nella scelta di togliere acqua e luce nella zona presidiata dai dimostranti. Così alla violenza i rossi hanno risposto con altra violenza, incendiando un autobus per fermare l’avanzata dei soldati.
E in questo scontro senza fine, dove di giorno in giorno non cambia nulla se non il numero dei morti, l’ex premier Thaksin Shinawatra (deposto dopo un sanguinoso colpo di stato nel 2006 e in esilio per sfuggire a una condanna per corruzione) ha esortato l’attuale premier Abhisit Vejjajiva a revocare lo stato d’emergenza ed a riaprire immediatamente i colloqui con i manifestanti per raggiungere una pacifica soluzione.
Vejjajiva non sembra, però, intenzionato a lasciare. Non subito. E con le proteste, gli scontri e i morti, di certo non sceglierà una data vicina per le elezioni. Nel frattempo i thailandesi continuano a morire.

Marianna Lepore


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