Morire d’amore in Somalia

Somali in un campo profughiHussein è un ragazzo di 33 anni che aspetta un bimbo dalla donna della quale è innamorato. In molte parti del mondo, se si inizia a raccontare una storia in questo modo, chiunque si aspetta di ascoltare, da un momento all’altro, il classico “ e vissero felici e contenti”. Ma questa non è una favola e per Hussein e la sua donna non ci sono lieti fini. Perché la loro è la cronaca spietata dell’ennesima barbarie che si è consumata in uno degli angoli più crudi dell’Africa orientale.

Perché Hussein è somalo e nella sua terra dannata i ragazzi finiscono spesso la loro vita per strada, sotto un cumulo di pietre. Lui è stato giustiziato una mattina di novembre, lapidato in una piazza della sua città, Merka, sud della Somalia. A guardarlo mentre moriva, come nemmeno una bestia, trecento persone inferocite. La sua colpa? L’adulterio. Aver avuto una relazione al di fuori del matrimonio con una donna che di lì a qualche mese gli avrebbe dato un figlio.
La condanna è stata emanata senza appello da una corte islamica di Shebab: un gruppo di fondamentalisti che applicano alla lettera la Sharia, la legge coranica che prevede la pena di morte in caso di omicidio ingiusto di un musulmano, adulterio, bestemmia contro Allah (da parte di persone di qualunque fede) e apostasia (ridda). Ma questa legge viene invocata regolarmente anche per giustificare i casi di condanna a morte degli omosessuali. La corte islamica ha deciso la stessa punizione anche per la sua donna, una ragazza che morirà per aver amato l’uomo “sbagliato”. Verrà lapidata in piazza proprio come il suo Hussein, appena dopo aver dato alla luce il loro bambino.
Qualche mese fa la stessa sorte era toccata ad Aisha, una piccola adultera di soli 13 anni, a Kismayo, sempre Sud della Somalia. Secondo la ricostruzione di alcuni attivisti umanitari la bimba era stata violentata da tre uomini più grandi. E per aver denunciato la violenza subita ha meritato di morire. Lo shock per queste favole nere ha riacceso per qualche giorno i riflettori su una delle nazioni più martoriate del Corno d’Africa, la Somalia, terra nota soprattutto ai tanti signori della guerra, che su quelle strade insanguinate da 40 anni di conflitti, hanno costruito le loro immense fortune. Nel caos generale, tra territori in mano ai fondamentalisti e città controllate dal Governo di transizione, con l’appoggio dell’Etiopia, dal 2007 ad oggi in Somalia sono morti oltre 12mila civili.
Un milione e mezzo i profughi, incalcolabili le violenze subite dalla popolazione. In questo dramma silenzioso si inscrivono anche i tanti morti come Hussein e Aisha, senza colpa, se non quella di aver amato o quella di aver cercato di ribellarsi a chi ti ha portato via la dignità e il sorriso. Il bimbo di Hussein e della sua compagna vivrà. Per il piccolo i fondamentalisti hanno deciso un altro destino, insieme ai parenti della madre, che lo faranno crescere a Merka. Chissà se un giorno anche lui ascolterà la favola triste di Hussein e della sua donna e di come è facile morire in quella terra che ha seppellito la pietà sotto un cumulo di pietre.

Valeria Calicchio


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