Il velo integrale proibito in Siria

SiriaburqavietatoOgni volta che in Italia o in altri Stati europei si riapre il dibattito sulla legittimità o meno per le donne arabe di indossare in questi Paesi il velo integrale si finisce per fare sempre discussioni sulla discriminazione e sulla libertà individuale. Eppure il velo integrale è vietato in molti paesi arabi: ultimo fra questi la Siria dove, alcune settimane fa, il ministero dell’istruzione superiore ha vietato alle donne di indossare il burqa e il niqab nelle università pubbliche.

Il ministro Ghaith Barakat ha esplicitamente scritto nella direttiva che includeva il nuovo divieto che il velo integrale “non è coerente con i valori e l’etica della tradizione accademica”. Il divieto ha suscitato molto scontento nella stampa araba, in quei Paesi che si sono fatti promotori del velo. Ma per la Siria, guidata dal 1963 dal partito laico Baath, non è sembrata poi una gran novità. Qui molte delle ragazze portano il semplice velo che copre solo i capelli (il hijiab) e definiscono “ridicole” quelle che sono coperte dalla testa ai piedi. Forse per questo la notizia è stata emessa senza clamori in Siria, tanto che la diffusione è partita da un quotidiano libanese.
Una nuova dimostrazione di come sia ampio il mondo arabo e di come alcune regole non sono ritenute sbagliate solo nel mondo occidentale ma suscitano ampi dibattiti anche nel mondo arabo. La circolare diramata dal ministero dell’Educazione siriano non lasciava spazio ad alcuna interpretazione: «È proibita l’iscrizione di donne integralmente velate all’interno delle università siriane, sia pubbliche che private; è altresì proibito alle maestre presentarsi in classe col volto coperto». La motivazione di questa decisione da parte del governo è stata quella di non diffondere “idee o pratiche estremiste”. E sembra quasi la naturale continuazione del provvedimento adottato il mese scorso, quando 1200 insegnanti che vestivano il niqab sono state trasferite a lavori di ufficio, dove non c’è possibilità di avere contatti con gli studenti. La questione del velo integrale, quindi, continua a far discutere non solo in Europa. In molti paesi arabi, infatti, il niqab è proibito da tempo. Quando un mese fa in Siria vennero rimosse le insegnanti “velate”, il ministro Ali Saad spiegò molto semplicemente la sua scelta: “Il velo che cela il viso è un ostacolo alla relazione tra docente e studenti e una minaccia per la laicità dello Stato”.  E c’è chi come Bassam Qadhi, attivista siriana per i diritti umani, ha addirittura definito il niqab come “una dichiarazione di estremismo”.
In molti Paesi il velo integrale ha suscitato grandi discussioni. Il primo Paese europeo a vietare il burqa è stato il Belgio, nell’aprile scorso. In Spagna e in Inghilterra si è aperto il dibattito e in Francia il Parlamento ha approvato una legge che vieta di indossare burqa e niqab in pubblico. Raramente, però, si dice che anche molti paesi arabi hanno messo al bando questo abito. In Turchia è tabù dal 1924, in Tunisia il bando negli uffici pubblici risale a mezzo secolo fa ed è stato ribadito nel 2006 dal presidente Ben Alì. In Arabia Saudita è vietato l’ingresso alle porte della città sacra della Mecca alle donne coperte fino ai piedi. E in Egitto lo sceicco Mohammed Sayed Tantawi nel 2009 ha vietato alle studentesse di indossare il velo integrale all’Università al Azhar sostenendo che si tratta di una “tradizione lontana dall’Islam” e quindi da abolire negli atenei.
Il dibattito sul velo integrale, ora vietato anche nelle università in Siria, è un dibattito che coinvolge il mondo intero, nel difficile equilibrio tra modernità e tradizione. E alla fine, nella strenua difesa di tradizioni superate anche nei paesi di origine, sono sempre le donne a subire le scelte degli altri.

Marianna Lepore

 
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