Siria, ancora profughi e sangue

SiriapopoloinfugaPer mesi interi i giornali hanno avuto pagine piene di articoli e analisi sulla nuova primavera araba. Si è parlato delle rivolte in Tunisia, degli scontri in Egitto con Mubarak costretto alla fuga e poi della Libia e di Gheddafi. Ci sono altri Paesi, però, dove il popolo si è ribellato e, purtroppo, non è riuscito a vincere ma anzi è stato costretto alla fuga. Accade nella non troppo lontana Siria dove in seguito agli attacchi dell’esercito un popolo intero è fuggito, ammassandosi al confine in cerca di un nuovo Paese.

Ormai sono 9.000 i profughi siriani ammassati nei campi profughi allestiti nel sud della Turchia. Principalmente donne e bambini che raccontano di viaggi interminabili a piedi, di un esercito che senza scrupoli uccide chi è in fuga, taglia le mani o le dita.
E ora, mentre la repressione e i massacri continuano, i governi europei che fino a poco fa appoggiavano Bashar al-Assad, succeduto al padre Hafiz, addirittura accogliendolo come un riformatore, iniziano a capire che quelle riforme non esistono e a preoccuparsi per la violenza in atto nel Paese. Perché repressione significa anche fuga di altri cittadini e inevitabilmente nuovi profughi che continueranno a cercare di entrare in Europa. Sarkozy, Blair, Erdogan, oggi scaricano Assad e chiedono al Consiglio di Sicurezza dell’Onu una risoluzione di condanna. Una risoluzione già negata dalla Russia e dalla Cina, che non pensano la Siria possa essere una minaccia per la pace nel mondo.
Gli Stati Uniti hanno già condannato questa repressione violenta: il portavoce della Casa Bianca, Jim Carney, ha rivolto un appello al presidente Bashar el-Assad, perché consenta una transizione politica pacifica oppure si faccia da parte. E il segretario dell’Onu, Ban Ki Moon ha definito “inaccettabile” la repressione.
Le violenze, però, non si fermano. L’esercito continua la sua avanzata, distruggendo e incendiando qualsiasi cosa trovi al suo passaggio. Le persone uccise sono almeno 1300 e quelle arrestate 10mila. Nelle zone delle proteste non possono entrare i giornalisti e nemmeno la Croce Rossa internazionale ha avuto il permesso di avvicinarsi: così le informazioni che arrivano sono frammentarie e raccontate da chi scappa.
Il governo siriano ha invitato i rifugiati al confine con la Turchia a ritornare a casa, ma è difficile credere che una volta in Patria avranno vita facile. La famiglia Assad non regna per investitura popolare e appartiene a una minoranza alawita che nel Paese non supera il 10%. Ma il vero problema (e forse il motivo per cui fino a questo momento Europa e Stati Uniti non si sono intromessi nei problemi del Paese) è che la Siria ha rapporti sempre più stretti con l’Iran di Ahmadinejad. Così il fondamentalismo ha lentamente conquistato il controllo di intere regioni. E se l’Iran è stato il primo sostenitore di tutte le maggiori rivolte arabe, con la Siria si è comportato diversamente assicurando che dietro le proteste che vanno avanti da tre mesi, ci sia una cospirazione sostenuta dalle potenze straniere.
In questa lotta tra interpretazioni diverse sulla voglia di rivolta del popolo, alla fine come sempre ci vanno di mezzo proprio i siriani. I morti continueranno e il numero certo lo si conoscerà solo alla fine. Nel frattempo c’è chi aggiunge un altro terribile sospetto: che sulle colline intorno a Jisr al Shunghour il fratello di Bashar abbia messo in atto una nuova Srebrenica. Proprio ora che ci apprestiamo a processare il generale Ratko Mladic, a 16 anni da quell’orrore, ci sono altri uomini catturati, deportati, probabilmente uccisi. E anche questa volta l’occidente volta le spalle, preferisce non vedere e magari, tra 16 anni e molti morti, processare proprio Assad.

Marianna Lepore

 
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