Aung San Suu Kyi, la libertà è lontana

aungsansuukyi_nuovacondannaAvrebbe finito di scontare la sua pena il 21 maggio dopo aver trascorso gran parte degli ultimi 20 anni in stato di detenzione. E invece Aung San Suu Kyi è stata condannata ad altri 18 mesi di arresti domiciliari nella sua casa di Rangoon: colpevole di aver infranto il regime di restrizione cui era sottoposta facendo entrare nella sua abitazione un pacifista americano.

La condanna, ennesima, inflitta dalla giunta militare ha raggiunto un obiettivo ben preciso: tagliar fuori dall’attività politica la leader della Lega nazionale democratica per le elezioni del prossimo anno. Nessuna possibilità per Suu Kyi di candidarsi, così come il mondo intero si aspettava. Nessuna possibilità di riscatto per la Birmania.
L’accusa nei suoi confronti è stata di aver violato gli arresti domiciliari anche se, di fatto, questo non è avvenuto. E’ stato l’americano John Yettaw ad arrivare a nuoto nella sua casa-prigione. Dovrebbero essere punite più le guardie incapaci di controllare che la leader birmana per aver semplicemente “accolto” un uomo che usciva dalle acque. Certo all’americano non è andata meglio visto che è stato condannato a sette anni di lavori forzati e la sua pena, al contrario di quella per la Suu Kyi, non è stata commutata in arresti domiciliari.
L’Unione europea, dopo questa nuova condanna, ha così deciso di estendere le sanzioni contro la Birmania anche ai giudici che hanno condannato la leader dell’opposizione Aung San Suu Kyi. I nomi dei quattro responsabili del verdetto saranno aggiunti alla lista dei cittadini birmani indesiderati nella Ue e i cui beni vengono congelati.

Non solo, perché il congelamento dei beni, questa volta, è stato ampliato a tutte le società possedute o controllate da esponenti della giunta militare o loro collaboratori. Questa decisione spera di avere delle ripercussioni sulla condanna del governo birmano. Ma l’Europa non è riuscita a trovare l’appoggio sperato dagli altri paesi. Prima la Cina, poi in un secondo momento anche il Vietnam, non hanno voluto disapprovare la decisione del governo birmano, pur incoraggiando «il proseguimento dell’attuazione del processo democratico» nel paese. «Riteniamo che il processo ad Aung San Suu Kyi sia un affare interno della Birmania», ha dichiarato il portavoce del ministero degli esteri vietnamita Le Dung indicando comunque che Hanoi «segue da vicino i recenti sviluppi nel paese».
Non è solo l’Europa a sperare in un appoggio, anche tardivo, del paese asiatico contro questa condanna. Anche David Mathieson (consulente per il Myanmar di Human Rights Watch), ha definito la Cina, insieme all’India, “paesi cruciali” per fare pressioni verso il cambiamento della Birmania. Entrambi gli Stati, infatti, investono milioni di dollari in Birmania. La Cina continua ad essere il maggior venditore di armi del regime e anche l’India in passato ha venduto armi al governo. Per questo una decisa presa di posizione dei due paesi contro la Birmania potrebbe essere decisiva nell’eventuale rilascio della Suu Kyi.

Eppure è facile credere che il commercio delle armi vincerà su questa piccola donna che da anni, ormai, aspetta di poter urlare a gran voce la sua verità.

Burma: Aung San Suu Kyi Verdict ‘Reprehensible’
Adrian Hamilton: Sanctions aren’t going to bust Burma

Marianna Lepore


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