Malesia, nuovi scontri in nome di Allah

HeraldnomeAllahNon sembra fermarsi lo scontro tra musulmani e cristiani in Malesia dove, fino ad oggi, sono stati attaccati nove luoghi di culto. Gli scontri vanno avanti ormai da quattro giorni, dopo che i musulmani più radicali sono insorti in seguito alla sentenza della Corte Costituzionale del 31 dicembre che permette, anche alla minoranza cristiana, di indicare il proprio dio con il nome di Allah.

L’integrazione non è un problema solo italiano. È una questione che riguarda anche quei paesi che da secoli vedono la convivenza di culture e religioni diverse. A volte è possibile risolverla solo grazie al buon senso delle persone. Ma non sempre.
In Malesia, un Paese di 28 milioni di abitanti, da secoli l’etnia malay (musulmana) che arriva quasi al 60% del totale convive con il restante 40% composto da indiani e cinesi che sono di religione indù o buddhista. C’è poi una minoranza piccola, meno del 10%, che è cristiana, ma che per secoli si è rivolta al Dio di Abramo con il nome di Allah. Nel 2007, però, il ministero dell’Interno emise un ordine restrittivo per il quale il settimanale The Herald, distribuito nella comunità cristiana, non potesse usare il nome “Allah” per indicare il dio dei cristiani in quanto ciò poteva provocare disordini e disorientamento nella maggioranza musulmana.
Il settimanale fece ricorso alla Corte costituzionale per far rimuovere questo divieto e, dopo oltre due anni, il 31 dicembre scorso è arrivata la sentenza: il provvedimento del ministero è illegale, nullo, incostituzionale.
La comunità musulmana ha subito criticato il giudizio dell’Alta Corte, che nel frattempo ha sospeso l’applicazione della sentenza, e il ministero dell’Interno ha già presentato ricorso. La Corte Costituzionale, però, non aveva sancito nulla di nuovo. Perché se si analizza la storia della Malesia, la sua collocazione geografica e soprattutto la convivenza pacifica avuta fino ad ora tra etnie così diverse, non c’era altro giudizio da dare. Il nome di Allah non deve essere a uso esclusivo dei musulmani, hanno stabilito i giudici. Questo perché la parola araba Allah è antecedente all’Islam ed è usata nelle chiese cristiane in Egitto e nella comunità copta siriana. La sentenza emessa, quindi, non è una novità.
Le autorità nel frattempo hanno spiegato che le molotov lanciate contro i luoghi di culto erano gesti sconsiderati di individui isolati ed “emotivi”, ma non hanno fatto nulla per abbassare i toni della disputa e proprio pochi giorni prima della sentenza il governo della Malesia ha sequestrato diecimila Bibbie perché usavano la parola “Allah”.
L’unica certezza, fino a questo momento, è che nel cercare di appropriarsi di un nome, la società malese stia evidenziando le proprie differenze. Così il piano del primo ministro Najib Razak di riconquistare il sostegno dei non islamici prima delle elezioni del 2013 diventa sempre più inapplicabile. E la disputa in nome di Allah rischia solo di allontanare gli investitori stranieri dalla Malesia.

Marianna Lepore

 

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