La guerra che non finisce

Iraq, l'attentato vicino Mosul

Ora che gli americani si sono ritirati dalle città irachene la situazione del paese viene ricordata dai media occidentali solo quando c’è qualche catena di sanguinosi attentaticome in questi giorni, con quasi 100 morti in diverse esplosioni che hanno preso di mira gli Shabak, una minoranza etnica-religiosa che vive nel nord, vicino a Mosul, e gli sciti di Baghdad.

 Mosul, la seconda città dell’Iraq con quasi due milioni di abitanti, ha una popolazione prevalentemente sunnita ma è abitata anche da una forte minoranza curda e da molte altre minoranze, ora in gran parte costrette a fuggire. La situazione reale in Iraq dopo 6 anni dall’inizio di una guerra che non è mai davvero finita non è per niente buona. I morti in totale sarebbero almeno 100.000 secondo le stime più al ribasso. In realtà stime più realistiche calcolano che circa 1 milione di persone siano morte nel paese dal 2003 per effetto della violenza etnica, per gli attentati terroristici, per la criminalità comune o per la mancanza di cure mediche adeguate dopo essere stati feriti. Le città irachene sono state divise su basi etniche tra sciti e sunniti e curdi, ma la violenza tra i diversi gruppi non è mai cessata, come dimostrano gli ultimi attentati. Le zone più “tranquille” sono quelle controllate dalle milizie religiose o di partito che però spesso perseguitano le minoranze e chiunque non sia considerato conforme ai precetti del gruppo dominante, come gli omosessuali o le donne che “offendono la morale”. 
L’Iraq è stato per secoli la nazione più colta ed istruita del medio oriente e anche quella con il maggior numero di minoranze etniche e religiose diverse, ma presto tutto questo apparterrà solo alla storia. La maggior parte degli iracheni istruiti e benestanti hanno lasciato il paese nel corso di questi anni, creando così anche una perenne mancanza di personale professionistico negli ospedali e peggiorando la crisi umanitaria.
Anche molte minoranze sono fuggite in massa. I 150.000 ebrei iracheni se ne erano già andati tutti tra il 1950 e il 1970 in seguito alle guerre tra Israele e gli stati arabi. I cristiani assiri in Iraq erano 1 milione prima della guerra, ma almeno la metà è fuggita dal paese negli ultimi 6 anni per salvarsi dalla feroce persecuzione degli islamici integralisti. Gli altri 500.000 nella maggior parte dei casi sono stati costretti a cercare rifugio in quartieri curdi o sciti disposti ad accettarli. I cristiani mandei, 40.000 prima della guerra, sono fuggiti tutti quanti in Siria e Giordania o in altri paesi. I circa 35.000 palestinesi che vivevano in Iraq dalla guerra del 1948 sono rimasti soltanto in 13.000 perché la maggior parte di loro è fuggita all’estero dopo frequenti attacchi da parte degli Sciti. Gli Yazidi, che in Iraq sono 650.000, nel 2007 hanno subito il più sanguinoso attentato nella storia del paese, quasi 800 morti e più di 1500 feriti. La piccola minoranza di rom iracheni, i Kawliya, sono fuggiti al nord dopo che la maggior parte dei loro villaggi nei dintorni di Baghdad sono stati distrutti. Gli Shabak, 47 morti negli attentati del 10 agosto, hanno avuto già più di 1000 morti dall’inizio della guerra. 
I curdi nel nord cercano di assimilare le minoranze con frequenti intimidazioni, mentre i sunniti spesso le attaccano per la loro alleanza con i curdi. La condizione delle donne poi non è stata certo migliorata dalla guerra, con centinaia di assassini per motivi d’onore o violazione di precetti islamici e un numero incalcolabile di stupri e rapimenti. Inoltre tra i profughi iracheni fuggiti in Siria e Giordania la prostituzione per motivi di povertà ha raggiunto livelli drammatici. Mentre le nazioni mediorientali hanno accettato centinaia di migliaia di profughi iracheni, soprattutto Siria, 2 milioni, e Giordania, 1 milione, la Svezia quasi 20.000 e migliaia la Gran Bretagna e l’Australia, gli Stati Uniti fino al 2006 avevano accettato meno di 800 profughi iracheni, poi hanno iniziato a cambiare politica solo a partire dal 2007. Ma d’altra parte anche le nazioni europee, Italia compresa, non si sono dimostrate per nulla accoglienti nei confronti dei profughi iracheni, con l’eccezione di Svezia e Danimarca. Ora poi l’Italia ha inaugurato una politica di respingimento preventivo dei profughi di guerra contraria a qualsiasi norma legale e morale. 
In tutto dal 2003 a oggi gli iracheni fuggiti all’estero sarebbero quasi 3 milioni, il 10% della popolazione del paese, e altri 2 milioni sono stati costretti a migrazioni interne, hanno dovuto cambiare quartiere o città, e quasi sempre hanno perso tutto, per sfuggire alla violenza etnica e religiosa. 
Insomma la guerra non è ancora finita e chissà quando finirà, ma una cosa è certa. Finora l’unico risultato dell’invasione americana voluta da Bush nel 2003 per trovare presunte armi di distruzione di massa che non sono mai esistite è il drammatico impoverimento umano, economico e culturale di un paese che è stato per secoli uno dei principali centri della civiltà mediorientale. Ora dicono che la situazione sta migliorando e la violenza gradualmente diminuisce, e il conto dei morti in effetti è un pò meno spaventoso di prima. Leggendo i blog iracheni si vede che anche in mezzo ai problemi e alla violenza ci sono tante persone in Iraq che cercano di vivere una vita relativamente normale e di far funzionare il paese. Ma restano alcune domande fondamentali che non avranno mai risposte soddisfacenti. Perché è stato fatto tutto questo? Quale ragione può mai giustificare la morte di 1 milione di persone e 3 milioni di profughi?
 
Francesco Defferrari 


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