Perché Haiti è povera

Haiti, una famiglia in strada dopo il terremotoLa Repubblica di Haiti nacque da una ribellione di schiavi. Il brutale saccheggio degli spagnoli e le malattie avevano spopolato l’isola, la prima terra su cui era approdato Colombo, dai suoi abitanti originari, gli amerindi Taino. Schiavi africani furono quindi portati ai caraibi per lavorare nelle piantagioni spagnole, poi diventate francesi quando le due potenze si spartirono l’isola. Lo sfruttamento francese nelle piantagioni era così crudele che un terzo degli schiavi moriva in due o tre anni.

Quando scoppiò la rivoluzione francese gli schiavi di Haiti riuscirono a liberarsi e a diventare la prima nazione di ex schiavi che avevano conquistato la libertà. L’uomo che li guidava, Toussaint l’Overture, riuscì a sconfiggere ripetutamente prima i coloni francesi e poi le truppe che Napoleone aveva mandato per punire gli schiavi. I francesi riuscirono a catturare Toussaint con l’inganno e ad ucciderlo in una prigione in Francia, ma gli ex schiavi mantennero la loro libertà. Nel 1800 Haiti non soltanto era la prima ex colonia libera del mondo e una delle pochissime nazioni abitata principalmente da neri libera dall’imperialismo dei bianchi, ma l’unica che aveva dimostrato davvero che “la superiorità dell’uomo bianco” allora tanto in voga era soltanto un’idiozia. 
Un pericolo gravissimo per gli europei e i nordamericani, profondamente razzisti. Che decisero quindi di far pagare ad Haiti la sua libertà al prezzo più caro possibile. Nel 1825 i francesi erano pronti a invadere l’isola per l’ennesima volta, e il presidente Haitiano di allora accettò quindi di pagare 90 milioni di franchi come “compensazione alla Francia per i mancati profitti dello schiavismo”. Le potenze europee, e anche gli Stati Uniti d’America, che per anni avevano tentato invano di piegare con le armi gli ex schiavi che avevano osato ribellarsi, iniziarono a ricorrere a tutti i possibili sistemi di controllo e boicottaggio economico. 
Haiti infatti era il paese più ricco del mondo, con la sua produzione di zucchero, rum, caffè, tabacco e indigo (la tintura blu). Prima dell’indipendenza produceva da sola il 50% del PIL francese. Arrivarono quindi immigrati tedeschi, americani, francesi, inglesi e anche siriani, attirati dal fiorente commercio. Ma le varie nazioni facevano di tutto per controllare economicamente e politicamente Haiti: organizzavano colpi di stato, finanziavano gruppi politici in conflitto e soprattutto lavoravano costantemente perché i profitti delle risorse e dei commerci di Haiti finissero all’estero, e non reinvestiti in patria. Il primo esempio di neocolonialismo, applicato poi nel 1900 in tutto il resto del mondo. 
Alla fine nel 1915, ufficialmente per “ripristinare la democrazia”, gli Stati Uniti invasero il paese. Rimasero 19 anni, e quando infine nel 1934 lasciarono il paese Haiti aveva un debito di 40 milioni di dollari con le banche statunitensi e di svariati altri milioni con creditori internazionali. Anche se le truppe se ne erano andate l’influenza statunitense ad Haiti non era affatto cessata: il governo nordamericano appoggiò una serie di dittatori, tra cui i Duvalier, padre e figlio, famosi per aver fatto uccidere decine di migliaia di persone. Questi governi fecero fuggire all’estero migliaia di haitiani, in primo luogo chi aveva un’istruzione e possibilità economiche, la parte migliore del paese. Intanto in patria continuavano ad accumulare debiti e a mantenere monocolture sempre meno competitive, che arricchivano soltanto i dittatori, la loro ristretta cerchia di amici e ovviamente i creditori stranieri. 
Nel 1990 un ex prete della teologia della liberazione, Jean-Bertrand Aristide, vince le elezioni dopo la caduta dell’ultimo Duvalier, promettendo riforme economiche e sociali. Nel 1991 era già stato costretto all’esilio da un colpo di stato, attuato secondo molti su pressione americana. Nel 1994 Aristide trova un compromesso con gli Stati Uniti, che accettano di aiutarlo a tornare nel paese in cambio di una politica economica tutelata. Aristide governa fino al 1996, poi viene sostituito dall’alleato Preval, che vince le elezioni. Nel 2000 Aristide viene rieletto, ma il paese non ha aiuti internazionali e i problemi aumentano: il presidente si oppone alla privatizzazione totale delle compagnie telefoniche ed elettriche richieste dagli Usa e dalla Banca Mondiale. Aristide inoltre chiede alla Francia la restituzione del denaro estorto nel 1825, 21 miliardi di dollari di oggi, e la Francia blocca gli aiuti della missione Onu. 
Nel 2004 viene deposto da un altro colpo di stato e portato in Africa da un aereo statunitense. Aristide sostiene di essere stato costretto a partire dagli americani. Le truppe dell’Onu vengono mandate nel paese, con frequenti accuse di repressione indiscriminata contro i sostenitori dell’ex presidente nei quartieri poveri. Nel 2006 Preval viene rieletto presidente. 
L’isola che nel 1500 era il paradiso in terra fu trasformata dagli spagnoli in un inferno e spopolata in meno di trent’anni. Gli indiani Taino, quelli che non erano morti di malattie o lavorando come schiavi nelle miniere d’oro, affogavano i propri figli e si impiccavano per sfuggire ai loro oppressori. Allora gli spagnoli, e poi i francesi, una volta esaurite le miniere importarono migliaia di schiavi africani per farli lavorare nelle piantagioni di canna da zucchero. Gli schiavi trovarono la forza per liberarsi dal loro inferno e tornare uomini liberi. Avevano la terra più ricca del mondo, ma non sono riusciti a salvarla dal saccheggio delle nazioni occidentali. Haiti, che un tempo era coperta di foreste al 90%, e al 60% ancora nel 1923, oggi ha alberi soltanto nell’1,5% del territorio, perché i poveri li hanno tagliati per cucinare e scaldarsi. Il reddito medio è inferiore ai 100 dollari al mese. Non è tutta colpa dell’occidente: Haiti è funestata da un altissimo tasso di criminalità, scontri tra bande, instabilità e violenza politica endemica. Ma non si può negare che cinque secoli di saccheggio da parte delle nazioni ricche sono stati determinanti per trasformarla in una delle più povere nazioni al mondo. E la povertà ha aggravato la mortalità del terremoto
Oggi Haiti potrebbe rinascere dalla distruzione. Con il turismo, con un’agricoltura razionalizzata per produrre ricchezza per il paese e non per gli speculatori. Ma dietro la facciata delle donazioni internazionali potrebbe anche iniziare un nuovo ciclo di saccheggio e sfruttamento. Si spera che il presidente Obama, su cui tutti i “non bianchi” del mondo e tutti gli uomini di buona volontà avevano riposto tante speranze, abbia la capacità e la volontà per impedirlo. O il paradiso resterà un inferno per sempre. 

Francesco Defferrari

Le più importanti associazioni umanitarie hanno lanciato raccolte fondi per aiutare la popolazione colpita dal terremoto, come  
Agire, l’agenzia italiana che riunisce per simili emergenze diverse associazioni, o il sito dell’Unicef, che chiede donazioni urgenti per aiutare i bambini di Haiti. 

 
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