Guantanamo, dieci anni di diritti violati

Guantanamo10anniDieci anni fa venti prigionieri varcarono le porte della base navale americana di Guantanamo. Arrivavano dall’Afghanistan, indosso avevano una tuta arancione. Da allora di prigionieri ne sono arrivati molti di più sull’isola cubana. E quel carcere e quella tuta sono diventati il simbolo di una guerra tutt’oggi senza vincitori. L’unica cosa che in dieci anni è cambiata è che da immagine della presidenza Bush, oggi Guantanamo è totalmente assimilabile anche a quella di Obama.

Il presidente americano aveva promesso che il carcere sarebbe stato chiuso, perché era il simbolo di un’America sbagliata, violenta, crudele. Oggi però il carcere è aperto ancora, gode di ottima salute e probabilmente non sarà mai chiuso. Quel carcere compie dieci anni. Ed è talmente entrato a far parte della quotidianità che quasi nessuno si indegna all’idea che alcune delle persone ancora rinchiuse non hanno alcuna colpa. Sono stati 779 i presunti terroristi rinchiusi a Guantanamo, tra cui 21 bambini, e solo in sei sono stati processati davanti a tribunali militari.
Il desiderio di Barack Obama di chiudere il campo entro un anno dal suo insediamento alla presidenza si è scontrato con molti problemi, tra cui il rifiuto del Congresso al trasferimento dei detenuti e allo svolgimento dei processi sul suolo americano. E l’anno scorso l’amministrazione americana ha stabilito che una quarantina di prigionieri di Guantanamo non possono essere ne’ processati, ne’ scarcerati, e dovranno rimanere quindi indefinitamente nel centro di detenzione.
Il Congresso ha preferito lasciare questo pesante fardello sulle spalle del presidente Obama perché, come il giornalista del New York Times David Cole ha scritto, affetto dalla sindrome del “not in my back yard”, cioè “non nel mio giardino”. L’unico vero principale motivo contro la chiusura è che i detenuti in quel caso sarebbero stati trasferiti negli Stati Uniti ed era troppo pericoloso per il paese. Eppure dei 779 prigionieri totali, circa 600 sono stati liberati dopo anni di detenzione perché non c’era alcuna accusa contro di loro e solo uno è stato condannato da un tribunale americano.
In questo strano centro di detenzione le cose sono andate in modo diverso dal solito fin dall’inizio: ci sono voluti quasi sette anni prima che una Corte suprema federale riconoscesse a questi carcerati il diritto di ricorrere contro la loro detenzione. Così le corti distrettuali hanno emesso 47 sentenze: in 22 casi il giudice ha definito illegale la detenzione di quelle persone. E quel che è più assurdo è che tra i detenuti ancora oggi a Guantanamo, molti sono stati dichiarati innocenti ma non rilasciati perché le autorità statunitensi non ritengono che il paese di origine sia un luogo sicuro e non hanno trovato un paese terzo disposto ad accoglierli. 
C’è poi chi a Guantanamo è stato rinchiuso e solo con molta fortuna è riuscito a uscirne. È il caso di Murat Kurnaz, un tedesco figlio di immigrati turchi detenuto per cinque anni a Guantanamo con l’accusa, poi rivelatasi falsa, di avere legami di amicizia con una persona sospettata di aver organizzato un attacco suicida in Pakistan. Murat è stato arrestato mentre era su un autobus, accusato senza prove di far parte di al Qaeda, più volte torturato, ma alla fine è riuscito a dimostrare la sua innocenza grazie a un avvocato del Center for constitucional right e alle pressioni del governo tedesco.
C’è poi tutto il capitolo delle torture, fisiche e psicologiche, che i detenuti hanno dovuto subire per anni, tra la più conosciuta quello dell’annegamento forzato. Le vittime di queste torture non hanno ricevuto nessun risarcimento, né i vertici militari americani hanno subito sanzioni per questo comportamento. Anzi, lo stesso Obama che doveva chiudere il carcere, ha chiuso il 2011 firmando il National Defense Authorization Act, una legge che estende la possibilità di detenzione militare a tempo indefinito senza processo per i sospettati di terrorismo.
Così mentre la guerra in Afghanistan sembra sempre più lontana, per gli Stati Uniti e soprattutto per il presidente Barack Obama che si appresta ad affrontare le nuove elezioni resta una macchia indelebile: la dimostrazione tangibile di “10 anni di mancato rispetto dei diritti umani da parte degli Stati Uniti”, come ha detto Rob Freer di Amnesty International. 

Marianna Lepore


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