Una rivolta per Mr Coke

GiamaicascontriSessanta morti per alcuni, per altri trenta: nessuna certezza sui numeri come spesso capita quando le guerriglie sono molto lontano dai media e l’unica sicurezza è che il numero definitivo si avrà solo alla fine, quando gli scontri in Giamaica tra trafficanti e polizia si fermeranno. Una carneficina che potrebbe durare a lungo, almeno fino a quando non sarà arrestato il boss del narcotraffico, Christopher “Dudus” Coke.

Il popolo continua a idolatrarlo e a considerarlo un eroe al pari di Robin Hood. Addirittura nelle recenti manifestazioni in sua difesa alcuni sostenitori lo hanno paragonato a Gesù, dicendo di essere pronti a morire per lui.
Christopher Coke si nasconde dai mille uomini delle forze dell’ordine che lo stanno cercando, forse è anche già scappato all’estero mentre la città di Kingston è sotto assedio. Da cattura di un trafficante di droga, la caccia è diventata una guerra civile, con molti feriti (oltre ai morti) e già 211 persone arrestate.
Tutto ha inizio quando il primo ministro Bruce Golding decide di cedere alle pressioni americane e cercare di arrestare Coke, dopo ben nove mesi dall’inizio della richiesta da parte degli Stati Uniti. La collusione del primo ministro con il re della droga non è un segreto per nessuno. I servizi Usa l’hanno addirittura intercettato mentre gli parlava.
Poi però Golding ha cambiato idea, così ha approvato l’estradizione e all’improvviso l’arresto di Coke è diventato una priorità. I soldati hanno iniziato a perquisire casa per casa nella zona di Tivoli Gardens, la roccaforte di Dudus. Ad aspettare l’esercito c’erano non solo gli uomini armati di Coke, pronti a combattere, ma anche la parte più povera della popolazione, a cui il trafficante garantiva cibo e sostentamento economico.
Così la cattura di Coke, ufficialmente impegnato come operatore sociale proprio nel quartiere di Tivoli Gardens, (tra i più poveri di Kingston), sta diventando sempre più difficile. E con il crescente numero delle vittime, al primo ministro non è rimasto che chiedere perdono  per la perdita di vite negli scontri e assicurare il rapido ripristino dell’ordine.
Il portavoce del dipartimento di stato americano, Philip Crowley, ha cercato di allontanare ogni possibile coinvolgimento degli Stati Uniti nella scelta di arresto di Coke, sopratutto dopo che sono iniziati gli scontri. “La nostra estradizione è stata presentata tempo fa ma solo in tempi recenti le autorità della Giamaica hanno deciso di entrare in azione e di arrestare il ricercato”, ha detto il portavoce americano. E ha poi precisato (quasi ad avvalorare la tesi) che l’assistenza fornita dagli Stati Uniti per catturare il criminale consisteva soprattutto in giubbotti antiproiettile.
Il primo ministro, Bruce Golding, è stato sempre molto vicino a Coke, ma ora sembra deciso a cancellare dalla memoria collettiva l’idea che la Giamaica sia uno Stato dove la droga si trova e si commercia facilmente. Da qui la scelta di cedere alle richieste degli Stati Uniti in cui Coke è accusato di aver ucciso 1.400 persone negli scontri per la droga degli anni ’80.
Se anche il ricercato non fosse già scappato lontano e venisse arrestato, rimarrebbe comunque l’incognita della reazione popolare che vedrebbe dietro le sbarre il proprio protettore. Gli scontri potrebbero quindi continuare a lungo compromettendo totalmente (come in molti temono) la stagione turistica, unica vera fonte di sostentamento per questo paese, specie ora in piena recessione mondiale.

Marianna Lepore


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