Un miliardo

bambini in AfricaLa FAO, l’organizzazione dell’Onu contro la fame nel mondo, la più importante agenzia internazionale con sede a  Roma, ha lanciato l’allarme: per la prima volta nella storia sono un miliardo gli esseri umani che soffrono la fame, un sesto dell’umanità. La crescita della fame non è una conseguenza di cattivi raccolti ma della crisi economica che ha creato meno domanda e conseguente disoccupazione.
Alla crisi si aggiunge il prezzo dei generi alimentari di prima necessità che continua a essere molto alto. Non che prima gli affamati fossero molti di meno, superavano comunque i 900 milioni, ora sono “solo” aumentati di altri 100 milioni. Tra i malnutriti ci sono il 30% dell’intera popolazione africana e il 15% degli abitanti dell’Asia. Cifre spaventose che per noi abitanti dei paesi ricchi, consumisti e affogati nello spreco è difficile concepire nel loro vero significato di sofferenza e disperazione. La fame però non è una maledizione divina, un caso, un problema inevitabile. La Terra è perfettamente in grado di produrre cibo sufficiente per tutta la popolazione del mondo e anche molto di più.
Se questo non avviene ci sono delle precise ragioni economiche e politiche. Primo fra tutti lo sfruttamento economico dei paesi ricchi, che hanno incoraggiato le monocolture di determinati prodotti nei paesi in via di sviluppo ma poi pagano i raccolti il meno possibile. Praticamente un centesimo di quello che costa al consumatore il prodotto finale. Poi la difficoltà dei piccoli produttori locali di accedere a sementi, tecnologie di irrigazione, fertilizzanti. L’uso eccessivo di coltivazioni per produrre biocarburanti e mangimi per animali continua a dare un grosso contributo a far alzare i prezzi degli alimenti di base, e affama milioni di persone.
In tutto questo ci sono paesi che tagliano gli aiuti contro la fame, tra cui l’Italia, il paese che ospita la FAO.
Ma tanti politici europei non si fanno scrupolo di dire che i poveri dovrebbero stare a casa loro. A morire di fame mentre noi al massimo rischiamo qualche indigestione.

Francesco Defferrari

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