Elezioni Usa, Obama alla prova

ObamamidtermnuovasfidaA soli due anni dalla grande vittoria delle elezioni presidenziali del 2008, l’appoggio che Obama aveva conquistato è sempre più lontano. Ora sembra perdere consensi ogni giorno che passa e l’ultimo allarme terrorismo ha dato un’opportunità in più alla destra estrema per continuare nel tormentone secondo cui il presidente sarebbe vicino all’Islam e, dunque, in qualche modo colpevole del clima di “paura” che sembra ritornare sul suolo americano.

Il comizio di oggi a Chicago servirà ad Obama non per raccogliere l’applauso di un popolo a lui vicino, ma cercherà solo di evitare la pesante sconfitta che il due novembre dovrà inevitabilmente affrontare. Perché questo voto sarà un referendum sui due anni della presidenza democratica. E in troppi oggi sono delusi. Così se alle ultime elezioni il voto degli indipendenti era arrivato a valanga a sostenere il nuovo giovane presidente, adesso quegli stessi voti si sposteranno sull’altro fronte. Le previsioni dicono che la Camera cambierà colore, con una valanga di nuovi volti repubblicani, mentre il Senato dovrebbe restare in mano ai democratici. Ma solo perché, al contrario della Camera, si rinnova parzialmente con 37 seggi in palio su 100. La paura che anche al Senato si perda il controllo ha spinto il presidente a scendere in piena campagna elettorale in questi ultimi giorni, facendo un tour de force negli stati in bilico. E forse qualche risultato l’ha ottenuto: in California gli ultimi sondaggi danno in risalita Barbara Boxer, la senatrice che è una beniamina della sinistra radicale. Ma certo non basta. Ieri, ad esempio, Obama era in Virginia per sostenere Tom Perriello, un deputato a lui molto fedele ma in probabile svantaggio sul repubblicano.
La vera preoccupazione degli americani in questi giorni non è la guerra, argomento su cui due anni fa si giocava la vittoria. Ma è la disoccupazione. Nel suo “sogno” Obama aveva annunciato nuovi posti di lavoro grazie soprattutto alla green economy. Oggi quei posti di lavoro non ci sono. Certo, questa recessione è l’eredità di George W. Bush, ma nonostante il presidente dichiari che la maggior parte dei posti di lavoro persi è stata prima del lancio delle riforme economiche, gli americani nelle loro case guardano al tasso di disoccupazione (fermo al 10%), a chi resta a casa e a chi a 40-50 anni è costretto a ritornarci. Così il sogno di Obama va in frantumi. E a deludere il presidente potrebbe essere anche New York, da sempre roccaforte progressista. Perché proprio nella Grande Mela la disoccupazione si sente e in tanti si chiedono dove siano finiti i grandi progetti di infrastrutture di cui Obama parlava due anni fa. Ecco perché anche qui “l’anti-politica” del Tea Party potrebbe raccogliere molti voti. Perché questo nuovo partito nato dal nulla parla alla pancia degli elettori, sfodera “gente comune” contro politici di lungo corso e racconta di un Obama che vorrebbe imporre “il socialismo europeo”. Se a sinistra i candidati devono convincere porta per porta ad andare a votare, a destra invece sembra che questa volta tutti ne abbiano voglia.
Il cambio di maggioranza alla Camera e forse al Senato non è una gran novità, è già successo per gli ultimi due presidenti al secondo mandato, Clinton e Bush Jr. Ma a questo punto sarà molto difficile per il prossimo Congresso passare riforme strutturali in materia fiscale ed energetica.  E a Barack Obama, subito dopo le elezioni, non resterà che rimboccarsi le maniche e cercare di riconquistare, uno a uno, i suoi elettori.

Marianna Lepore

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