Rivolte

Sembra ormai vittoriosa in Egitto la rivolta contro il dittatore che lo governava da molti anni come un feudo personale. Il suo analogo in Tunisia è già stato cacciato dalla rabbia popolare e proteste altrettanto forti sono avvenute recentemente anche in altri paesi, Algeria, Albania, Giordania, Yemen. Non è tanto il desiderio di libertà che ha portato la gente nelle piazze ma piuttosto la crisi economica, le promesse fallite del consumismo.

I dittatori di questi paesi infatti sono rimasti saldamente in sella fino a quando sono stati capaci di garantire un minimo sviluppo, nonostante la corruzione e l’uso del potere politico per arricchimento personale. Uno sviluppo dovuto spesso alla crescita globale del commercio e del turismo più che alla loro capacità di governare.
Ma ora che la crisi ha colpito duramente molti paesi la rabbia popolare è esplosa incontrollabile. Ormai in pratica in tutte le nazioni del mondo il consenso della popolazione non si basa certamente su ideali o progetti politici, ma sul consumismo. Fino a quando un governo può garantire alla popolazione un minimo benessere economico, o perlomeno la speranza di raggiungerlo, è facile che riesca a mantenere il consenso. Ma se la disoccupazione e l’inflazione cominciano a salire in maniera incontrollabile, come sta accadendo in molti paesi, i cittadini non sono più disposti a tollerare un governo composto da persone che si arricchiscono mentre il resto della nazione si impoverisce. I dittatori ovviamente non si dimettono mai. Vengono uccisi, arrestati o costretti alla fuga. E perché una rivolta abbia successo è sufficiente che duri abbastanza a lungo da scoraggiare la lealtà di poliziotti e militari, che alla fine dei conti hanno molte più cose in comune con il popolo che protesta piuttosto che con i privilegiati che dovrebbero difendere. 
Le rivolte di questi giorni non sono poi molto diverse dalle proteste avvenute recentemente in Iran, Grecia, Italia e molti altri paesi. Ma in questi ultimi casi evidentemente i governi locali sono riusciti nonostante tutto a mantenere una base di consenso che gli ha permesso di restare al potere, per quanto siano sanguinari, come in Iran, o ridicoli, come in Italia. Ma tutte queste rivolte sono un chiaro segnale che il sistema economico in vigore ormai in tutto il mondo non è così solido come vorrebbe sembrare: è sufficiente un’incrinatura nelle promesse del consumismo perché la rabbia contro le ingiustizie sociali riesploda con la stessa forza che aveva in passato. E l’incrinatura del consumismo non è affatto piccola, ma enorme. L’idea che l’attuale sistema economico basato sullo spreco e su enormi differenze sociali possa prima o poi creare benessere e consumismo per tutto il mondo è un inganno che può durare solo fino a un certo punto. Riuscirà a creare soltanto nuove crisi, nuove rivolte, nel frattempo danneggiando il futuro stesso del pianeta in cui viviamo. 
Il problema è però non solo riuscire a cacciare governi corrotti e non democratici, ma riuscire a creare governi davvero democratici e “virtuosi”, capaci di ripensare l’idea stessa di sviluppo, che non potrà mai essere il consumismo garantito per tutti ma semmai un’economia sostenibile dal punto di vista umano e ambientale.
Fino ad ora però è capitato troppo spesso che una rivolta per cacciare un governo corrotto e incapace non sia servita a nient’altro che a sostituirlo con un altro governo solo un poco meno corrotto, privo di qualsiasi vera intenzione di creare un’economia più giusta e migliore. I prossimi anni mostreranno se Tunisia ed Egitto riusciranno davvero ad avere governi migliori dei precedenti. Ma in tutto il mondo nei prossimi anni molti paesi dovranno fare i conti con i frutti avvelenati del consumismo: la disoccupazione endemica, i cambiamenti climatici, le profonde ingiustizie sociali, il drammatico indebitamento degli stati. E dovranno decidere se cercare un’alternativa o affrontare nuove rivolte.  

Francesco Defferrari

 
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