Rio tra Olimpiadi e degrado, l’altra faccia della samba

Rio de Janeiro«Se morissi adesso, sarebbe valsa comunque la pena di vivere, organizzeremo le migliori Olimpiadi mai viste» aveva dichiarato il presidente Brasiliano Lula subito dopo il verdetto che lo scorso ottobre aveva consegnato i Giochi olimpici del 2016 al suo Paese. La prima volta in Sud America, la seconda dell’emisfero australe, dopo Sidney 2000. La gioia, incontenibile, aveva invaso le strade di Rio. Un carnevale anticipato, una finale dei mondiali vinta ai rigori con le potenze del mondo sviluppato.

Danze carioca, feste sulla sabbia di Copacapana, il pianto sfrenato del maggiore sponsor di questo successo, Pelè, che abbraccia gli altri membri della delegazione brasiliana vestiti di verdeoro. «Delle dieci principali economie mondiali il Brasile è l’unico paese a cui non erano mai stati assegnati i giochi olimpici. Per altri è soltanto un’Olimpiade, per noi è un’opportunità senza precedenti» aveva aggiunto il Presidente operaio tra i microfoni impazziti delle maggiori emittenti televisive planetarie. Ma l’altra faccia della medaglia di questo successo non ha niente della samba e dei carri del carnevale. Non luccica e non emoziona, ma fa rabbia, tanta, e paura.
Perché l’altro volto di questa storia è colorato del grigio fatiscente dei tetti in eternit delle migliaia di favelas che si stagliano sulle pendici delle colline intorno a Rio. Una sfida enorme quella raccolta dal governo brasiliano che da qui ai prossimi sei anni dovrà lavorare dal basso per riportare un briciolo di umanità in una delle città più pericolose del pianeta, in tempo per i mondiali del 2014 e le olimpiadi del 2016. Rio, un buco nero di sei milioni di anime che ogni giorni devono fare i conti con omicidi, sparizioni, droga  fame, prostituzione e la rassegnazione di chi è costretto a vivere in una gabbia di violenze senza uscita. Un rapporto dell’Unesco del 2005 aveva calcolato che i morti da arma da fuoco in Brasile, dal 1985 al 2005, avevano superato il numero di quelli registrati in 23 conflitti bellici, passando al secondo posto solo dopo le guerre civili di Angola e Guatemala. In Una favela di Riodieci anni sono rimaste uccise 325.551 persone (in media 32.555 morti all’anno), 7089 nel solo Stato di Rio de Janeiro e 25mila sono quelle censite come “scomparse”. Violenza a 360°: dai trafficanti di droga alla polizia militare, che esercita un controllo capillare delle favelas attraverso soprusi di ogni genere e pallottole vaganti. Non ci vuole molto a morire a Rio. Se non ti uccide la fame o la droga, in quella fetta d’inferno, può farlo un poliziotto corrotto che ti ammazza per sbaglio o un narcos che ti stende perché gli intralci il passo.
Una vera e propria guerra senza quartiere che sta pian piano minando anche la tranquillità delle strade “bene”. Basti pensare che a ottobre, durante una serie di scontri tra trafficanti di droga appartenenti a fazioni opposte, alcuni narcos sono riusciti ad abbattere un elicottero della polizia uccidendo due agenti sul colpo e ferendone un terzo poi morto in ospedale. Il governatore Sergio Cabal di fronte al Comitato Olimpico Internazionale aveva promesso che avrebbe stanziato subito 2,5 milioni di euro per dei Giochi Olimpici più sicuri. Pochi, anche solo per ridare un volto nuovo al Maracanà. Figurarsi per togliere quel grigio dai tetti delle favelas.

Valeria Calicchio


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