Birmania, 20.000 rifugiati dopo il voto

ElezioniMyanmarDovevano sancire l’inizio di una nuova stagione che rendesse il paese più accettabile sul piano internazionale e invece le elezioni in Birmania di domenica scorsa si sono rivelate, in questo senso, un fallimento. A poche ore dalla chiusura dei seggi la giunta militare al potere ha rivendicato l’80% dei voti e da quel momento è scoppiata l’insurrezione armata.
L’opposizione ha accusato la giunta militare al potere di aver manipolato le consultazioni. Ma le accuse non hanno per nulla scalfito i generali. Così migliaia di persone hanno iniziato a fare l’unica cosa che gli era rimasta: scappare.
Queste elezioni, infatti, hanno semplicemente reso ancora più complicati i rapporti tra etnie diverse nel Paese. Nei piani del regime le elezioni di domenica avrebbero dovuto sancire un nuovo status quo in cui le milizie etniche ostili al governo centrale sarebbero confluite nella Border Guard Force, organizzazione pensata per proteggere i confini e contribuire all’assimilazione delle popolazioni che abitano le regioni più periferiche del paese.
Ma alcune formazioni si erano apertamente opposte ai piani di assorbimento del governo e subito dopo il voto sono scoppiati gli scontri. E alla popolazione ostile al regime non è rimasto che fuggire. Ora sono saliti a circa 20 mila i birmani che si sono rifugiati in Thailandia. Soprattutto donne e bambini che fuggono per trovare sicurezza e riparo. Gli scontri, però, potrebbero continuare ancora a lungo. Lo ha detto il primo ministro thai, Abhisit Vejjajiva, ricordando che bisognerà aspettare la formazione del nuovo governo in Myanmar, un processo che potrebbe durare anche tre mesi.
I due maggiori partiti di opposizione hanno già ammesso la sconfitta ma hanno accusato il partito vicino alla giunta militare al governo di aver manipolato i risultati. I vincitori assicurano di aver ottenuto l’80 per cento dei voti con un’affluenza intorno al 70 per cento. Praticamente un plebiscito. Non la pensa così Than Nyein, presidente del National Democratic Force, il partito di opposizione creato dagli ex membri del gruppo politico di Aung San Suu Kyi (poi sciolto dalla giunta militare), che dice: “Abbiamo le prove. Alcuni candidati si sono lamentati perché ci sono stati brogli”.
Non è l’unico a parlare di voto falsato. Se la Cina applaude ai risultati e se i media ufficiali birmani raccontavano di elettori che esprimevano le proprie preferenze in maniera “libera e felice”, l’Europa, il Giappone e gli Stati Uniti hanno aspramente criticato i risultati elettorali e condannato i generali. Ed è arrivata anche la dura condanna dell’Onu, con Ban Ki Moon che ha parlato di elezioni poco trasparenti e di un paese che potrebbe piombare nella guerra civile.
Il regime dovrà ora cercare di mettere fine alla rivolta limitando l’uso della forza per evitare nuove critiche e soprattutto di incrinare ancora di più i rapporti con i paesi occidentali. Ha pochi giorni per fare tutto questo, perché a breve sarà nuovamente sotto i riflettori visto che il 13 novembre dovrebbe liberare Aung San Suu Kyi, la leader dell’opposizione birmana ancora agli arresti domiciliari.
Tra pochi giorni si saprà se la data della liberazione verrà nuovamente spostata. Ma se questo non dovesse accadere, il regime dovrà necessariamente affrontare i veri problemi del paese: dalla grande fragilità economica alle insopportabili condizioni di vita del popolo.

Marianna Lepore


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