Perché siamo in Afghanistan

soldato italiano in Afghanistan

I ministri della Lega hanno scatenato una mini bufera nel governo chiedendo il ritiro delle truppe italiane dalle missioni internazionali, a cominciare dall’Afghanistan. Altri ministri hanno risposto che le missioni sono “un biglietto da visita dell’Italia nel mondo” e che l’impegno in Afghanistan è irrinunciabile. Un’idea condivisa dal momentaneo leader del PD: “I ragazzi italiani in Afghanistan devono finire il lavoro con un governo e un parlamento compatti alle loro spalle”. Una frase così deve averla detta anche Cheney

D’altra parte anche il precedente governo di centrosinistra aveva rifinanziato la cosidetta “missione di pace” in Afghanistan, in realtà una situazione di guerriglia permanente che va avanti dal 2001. Il governo locale che ha sostituito i talebani, anche se fra poco dovrebbe tenere delle elezioni, non si può definire esattamente stabile, liberale o democratico. Inoltre è comunque un governo islamico tradizionalista che applica una sorta di sharia “leggera” al posto di quella pesantissima che vorrebbero i talebani. 
Ma per vedere in prospettiva come siamo arrivati a questo punto bisogna un attimo ripercorrere la storia dell’Afghanistan. Dal 1964 al 1978 l’Aghanistan ha avuto una costituzione liberale, prima con il regno di Zahir Shah, poi con la repubblica del suo ex primo ministro Mohammed Daoud Khan. In questo periodo bene o male ci furono riforme politiche e sociali, anche per i diritti delle donne, ma il paese rimase preda di una cronica instabilità politica e oberato da frequenti crisi economiche, nonostante l’appoggio dell’occidente, o forse a causa di esso. 
Nel 1978 prese il potere il partito socialista di Noor Mohammed Taraki. Sostenuto dall’Unione Sovietica, Taraki vietò l’usura, il latifondismo, il burka, i matrimoni forzati, riconobbe i diritti delle donne e i sindacati, iniziò a creare servizi sociali, una riforma agraria, promosse l’alfabetizzazione. Era probabilmente il miglior governo che l’Afghanistan avesse mai avuto, ma troppo filocomunista per i gusti degli americani. Allora il presidente Carter, democratico, decise di finanziare gruppi di guerriglieri contro Taraki. Questi guerriglieri erano in pratica signori della guerra, latifondisti delle aree tribali che si arricchivano con il commercio di droga, e avevano paura che il nuovo governo riuscisse a eliminarli, come avevano tentato invano di fare tutti i governi precedenti. 
Grazie all’appoggio dei leader religiosi che invitavano a combattere “gli atei comunisti”, anche se il governo di Taraki non aveva in nessun modo limitato la libertà religiosa, questi banditi delle campagne potevano presentarsi come difensori dell’Islam. Il capo che gli americani scelsero di finanziare grazie al commercio di oppio con il Pakistan era Gulbuddin Hekmatyar, noto per sfigurare con l’acido le donne che violavano i precetti islamici e tagliare mani, piedi e genitali degli uomini che non gli piacevano. Taraki chiese l’aiuto dell’URSS, che però non volle intervenire per non entrare in conflitto diretto con gli Stati Uniti. 
Il vicepresidente filoamericano Amin però uccise Taraki e iniziò una feroce persecuzione dell’opposizione islamica, radicalizzando lo scontro. L’URSS, ritenendo Amin un uomo della CIA, invase l’Afghanistan nel 1979, occupando il paese e nominando Karmal presidente. L’amministrazione repubblicana di Reagan, nel frattempo salito al potere negli Usa, iniziò a finanziare sempre di più i combattenti islamici con l’aiuto di Osama Bin Laden, che nel 1988 fondò Al Quaida per trasformarla in un movimento di lotta fondamentalista islamica mondiale. Le truppe russe si ritirarono nel 1989, dopo 1 milione e mezzo di morti, 3 milioni di mutilati e 5 milioni di profughi, ma i russi continuarono a finanziare il governo laico del nuovo presidente Najibullah, mentre gli Stati Uniti continuavano a finanziare Bin Laden e gli islamici. 
Nel 1992 i movimenti di resistenza islamica presero il potere, fondando una repubblica islamica. Questa repubblica degenera ben presto in una guerra civile permanente di signori della guerra appoggiati dalla Russia, dagli Stati Uniti, dal Pakistan, dall’Iran e dall’India, con altre decine di migliaia di morti. Nel 1996 con l’aiuto degli Stati Uniti e del Pakistan il mullah talebano Omar prende il controllo di Kabul e instaura una feroce legge islamica. Vengono banditi gli aquiloni, la musica, i barbieri. Abbattutti i Buddha di Bamyan. Le donne vengono uccise per lapidazione semplicemente se osano guidare la macchina da sole. 
E soprattutto l’Afghanistan diventa la centrale operativa di Al Qaeda per attaccare l’occidenteNel 2001, dopo l’11 settembre, gli americani aiutano la mai sconfitta resistenza ai talebani, l’Alleanza del Nord, che conquista Kabul dopo altri 30.000 morti. Karzai, ex consigliere della compagnia petrolifera americana Unocal e amico della CIA, diventa presidente. Il suo controllo sul paese si ferma ai dintorni della capitale. Nel resto dell’Afghanistan i signori della guerra sono sempre i padroni, a volte alleati dei talebani e volte della coalizione occidentale. Molti signori della guerra che prima combattevano gli occidentali sono poi passati dalla loro parte quando gli è stato concesso di continuare la coltivazione e il commercio di oppio
Nel 2005, alle ultime elezioni afghane, i signori della guerra hanno vinto. Intanto il governo afghano tenta spesso di stabilire tregue con i talebani e ora anche la Gran Bretagna dice che bisogna dialogare con i guerriglieri moderati, cioè quelli che si possono in qualche modo comprare. Perché in tutto questo occidentali, Pakistan e Russia si sono spartiti le notevoli risorse di gas naturale del paese. Ogni anno gli attacchi dei talebani uccidono circa 1500 civili. Quelli degli occidentali invece uccidono “per sbaglio” circa 1000 civili all’anno. Tutto questo si può chiamare missione di pace? Tutto quello che è accaduto in Afghanistan dal 1978 in poi è la conseguenza diretta delle spregiudicate e stupide manovre politiche ed economiche dell’occidente che hanno trasformato un paese che poteva lentamente progredire e modernizzarsi in un mucchio di macerie costantemente bombardato da chiunque. 
Per “vincere” in Afghanistan bisognerebbe fare tante cose che l’occidente non fa e forse non ha la minima intenzione di fare. Spezzare il potere dei signori della guerra, appoggiare un governo locale davvero laico e democratico, smettere di ammazzare i civili ogni santo giorno “per errore”, creare le condizione per uno sviluppo economico che vada oltre il commercio di oppio, smetterla di rubare spudoratamente il gas naturale che dovrebbe appartenere agli afghani. 
L’opinione pubblica, occidentale e non, dovrebbe anche sapere quello che accade veramente in Afghanistan e come siamo finiti in questa situazione. Invece le televisioni raccontano che siamo lì a combattere Al Quaida, una semplificazione un pò eccessiva della situazione reale. Ma che va benissimo per vendere come “missione di pace” quella che in realtà è una vera e propria guerra per continuare a martoriare un paese dove negli ultimi 30 anni l’occidente non ha fatto una sola mossa giusta.  

Francesco Defferrari


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