Primo maggio, lavorare non è più tabù

lavoratoriprimomaggioUna volta il Primo maggio era un giorno segnato in rosso sul calendario, vale a dire festivo. E non era una data come un’altra perché era il giorno in cui si festeggiavano tutti i lavoratori. Un giorno da dedicare alla famiglia, alle gite fuori porta, al riposo, alle manifestazioni. Oggi che il lavoro non è più un diritto, che la disoccupazione cresce e i giovani conquistano un posto quando i loro padri avevano già 10 anni di fatica alle spalle, il 1° maggio si lavora. Come un giorno qualsiasi.

Fino a pochi anni fa sarebbe sembrata una provocazione lasciare le serrande dei negozi alzati in questo giorno. Ora no, il tabù è caduto.
In tempi di crisi, soprattutto per il mondo del commercio, non si può perdere l’occasione ghiotta di restare aperti, in particolare nelle grandi città dove il giro di turisti aumenta. Poco importa che i sindacati abbiano fatto la voce grossa, difendendo questa giornata e poco importa che anche la Chiesa sia intervenuta dichiarandosi contraria al troppo potere dato ai consumi.
Orari più lunghi e aperture straordinarie possono significare sia incassi maggiori sia difesa dell’occupazione: una sorta di ricatto nascosto a cui il dipendente non si sottrae. E in alcune città si arriva al paradosso, con il primo maggio che diventa una giornata di sciopero, proclamata dai sindacati.
Milano doveva fare da città apripista delle serrande alzate, il sindaco aveva già concesso l’autorizzazione, poi all’ultimo è arrivato il dietrofront. Letizia Moratti ha dichiarato che “Per rispetto alla Festa del Lavoro, ho convenuto di non concedere la deroga per l’apertura straordinaria dei negozi”.
Esclusa Milano, però, i traguardi raggiunti dai lavoratori dopo anni di lotta oggi sembrano spariti. La festa è nata in Europa nel 1889 e in Italia si festeggia dal 1891 (escluso il ventennio fascista in cui fu soppressa). Oggi, invece, questa giornata si trasforma e diventa quasi una festa del consumo, penalizzando i lavoratori e intaccando un simbolo del sindacato.
Le saracinesche saranno alzate sicuramente a Torino dove non solo i mercatini ma anche i negozi dell’area turistica del centro resteranno aperti. E la città della Mole farà il bis domenica due maggio: due giorni festivi che non saranno di riposo, ma la decisione (in questo caso) è stata condivisa dal sindacato. In periodo di ostensione della Sindone non si possono trascurare i tanti turisti che arrivano e così la festa va all’aria. Stessa “attenzione” per i turisti anche a Palermo, Napoli, Cagliari, Perugia, Monza, solo per citarne alcuni.

Ma al negozio restare aperto il Primo maggio conviene? “Molto dipende dal settore merceologico. –dice Sandro Castaldo, docente di Marketing della Bocconi di Milano. – Ma in media gli incassi del sabato valgono come quelli di due giorni feriali”.
Soprattutto per i negozi che vendono beni non di prima necessità, quindi acquistati nel tempo libero, di sabato e domenica. Danilo Galvagni, segretario milanese della Cisl, fa notare che “Gli acquisti si possono rimandare di un giorno, anche perché in tempo di crisi non mi pare che i lavoratori e le famiglie abbiano tutti questi soldi da spendere”.
Oggi che il lavoro manca o è precario e i dipendenti sono a nero o al limite dello sfruttamento, oggi che non si ascoltano i pareri dei sindacati e i lavoratori del primo Maggio, probabilmente, non saranno pagati come un giorno festivo (tanto i controlli sono utopia), oggi che per difendere il proprio posto si sale sui tetti o ci si rinchiude negli ex-carceri di sicurezza, resta da chiedersi chi sia rimasto a difendere il valore di questa festa, a difendere quel lavoro su cui la nostra Repubblica dovrebbe essere fondata.

Marianna Lepore


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