Borsellino, il giorno della memoria

BorsellinoviaDAmelioDiciannove anni fa, alle 16,58 del 19 luglio 1992, un’autobomba carica di oltre un quintale di esplosivo stava aspettando l’arrivo di Paolo Borsellino sotto casa della madre, in via D’Amelio a Palermo. Erano passati appena due mesi dalla strage di Capaci, in cui perse la vita il giudice Giovanni Falcone, e la mafia si stava vendicando di un altro giudice che stava scoprendo troppe cose. Insieme a Borsellino morirono anche gli agenti della sua scorta, Agostino Catalano, Claudio Traina, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Eddie Walter Cosina. Nomi troppo spesso dimenticati in questi quasi venti anni di commemorazioni.

Diciannove anni dopo i figli di Borsellino continuano a chiedere che sia fatta luce sui depistaggi seguiti alle indagini sulla morte del padre. La verità, forse, oggi è più vicina ed è stato il Procuratore aggiunto di Palermo, Antonio Ingroia, a dichiararlo al convegno ‘Quinto Potere’ organizzato a Palermo da Antimafia duemila. Quello che si può dire, quasi con certezza, a distanza di quasi vent’anni è che dietro quella strage non ci fosse solo la mafia, ma una commistione tra Cosa Nostra e il mondo politico. Un clima che Salvatore Borsellino, fratello del magistrato ucciso, vede molto simile al clima di questo momento politico.
Per conoscere la verità su cosa accadde quel pomeriggio in piena estate bisognerà probabilmente aspettare ancora perché oggi il sospetto, tremendo, è che un pezzo dello Stato sia intervenuto in quella strage, se non altro coprendo e aiutando gli esecutori. 
Per questo motivo Salvatore Borsellino continua a dire da anni che si tratta di una “strage di Stato”. Come l’ex numero uno di Cosa nostra, Totò Riina, che da dietro le sbarre continua a ripetere che a schiacciare il pulsante del detonatore non fu solo la mafia. E ci sono poi le testimonianze e i documenti sulla presunta trattativa tra Stato e mafia forniti da Massimo Ciancimino, teste che dopo il recente arresto ha visto la sua credibilità fortemente minata. Secondo questa pista, Paolo Borsellino avrebbe scoperto alla fine di giugno 1992 questo accordo, mettendosi forse di traverso. Per questo la “sua” strage era stata accelerata. E c’è poi la verità che solo Paolo Borsellino conosceva e annotava su quell’agenda rossa che quel pomeriggio, mentre sull’asfalto tra le sirene c’erano i corpi e le lamiere, qualcuno raccolse e fece sparire.
In questo giorno del ricordo i commenti politici si sprecheranno, nonostante proprio dal fratello del giudice ucciso, Salvatore, è arrivato l’invito alle istituzioni di rispettare quel giorno e quel luogo. Rispetto che si manifesta chiedendo, come noi pretendiamo, Verità e Giustizia per quella strage e quei morti.
Sarà difficile, però, avere giustizia da quelle stesse istituzioni che portarono avanti una trattativa tra lo Stato e la mafia. E sarà difficile avere giustizia fino a quando gli slogan cercheranno sempre di nascondere la verità. Non si può dire “siamo il governo che più ha fatto nella lotta contro la mafia” come spesso ripetono il ministro dell’Interno e il Presidente del Consiglio e poi non pretendere le immediate dimissioni del ministro Romano, accusato di concorso in associazione mafiosa, o probabilmente negare il via libera all’arresto di Alfonso Papa indagato per concussione nell’inchiesta sulla P4. Perché lottare contro la mafia significa alzare un muro che separi nettamente, senza alcun dubbio, la politica dalla criminalità organizzata.
La magistratura, 19 anni dopo l’assassinio di Paolo Borsellino, continua ad essere attaccata, offesa, delegittimata. L’atmosfera è oggi troppo pesante, troppo simile a quella degli anni che precedettero Capaci e via D’Amelio e le altre stragi che nel ’93 furono necessarie per arrivare a chiudere quell’infame trattativa, scrive oggi Salvatore Borsellino.

Marianna Lepore

 
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