Multe, la tassa ingiusta

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Non sarebbero tecnicamente una tassa ma ormai lo sono diventate in pratica. Le multe, che un tempo sanzionavano violazioni gravi del codice della strada, ormai sono un sistema consolidato con cui i comuni italiani raccolgono i soldi che non ricevono più dal governo e dall’Ici. Tutti i cittadini se ne sono resi conto ormai da un pezzo. Anche chi cerca di rispettare le regole il più possibile finisce per prendersi come minimo due o tre multe all’anno. La media italiana per famiglia è 4 all’anno

Si viene multati in autostrada perché in alcuni punti si passa dal limite di 130 al limite degli 80, anche se fare simili frenate sarebbe praticamente suicidio. Si viene multati quando si lascia la macchina posteggiata sulle striscie blu per un’ora in più perché non si avevano abbastanza spiccioli per la macchinetta. Si viene multati in una città sconosciuta perché si entra per sbaglio in una zona a traffico limitato controllata dalle telecamere. Si viene multati per un posteggio in un giorno di pulizia delle strade perché il cartello che la annuncia è praticamente invisibile. Si viene multati in strade statali deserte in mezzo alla campagna dove comunque c’è il limite dei 50 km/h. Ai semafori muniti di telecamera perché il giallo dura pochi secondi.
Ogni regolina è buona per fregare i cittadini e portare soldi nelle casse dei comuni. Soldi che in teoria dovrebbero essere usati per migliorare la viabilità e le strade, ma dopo anni di incontrollata espansione delle multe non sembra che la vivibilità delle città sia molto migliorata. Spesso i comuni affidano a società private la riscossione delle multe, a dimostrazione che ormai si tratta di una pura attività imprenditoriale che non ha niente a che fare con la legge. 
Le multe sono una tassa iniqua perché colpiscono le persone indipendentemente dal loro reddito. Per chi guadagna 1000 euro al mese o per una famiglia che ne guadagna 3000 una serie di multe finisce per essere un danno economico serio, mentre chi può permettersi una Ferrari non viene colpito allo stesso modo da una spesa di qualche centinaia di euro. La giustizia sociale e la legge uguale per tutti si dovrebbe vedere anche nelle piccole cose. Invece i governi dei comuni, di destra o sinistra che siano, hanno riempito l’Italia di telecamere, corsie preferenziali, ausiliari al traffico e zone a traffico limitato. Dicono per il bene dei cittadini e della viabilità. Ma tutti possiamo vedere qual’è la realtà delle cose. I comuni dovrebbero anche prevedere un numero minimo di posteggi bianchi e liberi accanto a quelli blu, ma quanti lo fanno davvero? Per non parlare dei sempre più numerosi casi di multe pazze in cui le famose società private mandano cartelle esattoriali di sanzioni già pagate. 
Di fronte a questa situazione i ricorsi dei cittadini si moltiplicano, ma la realtà è sempre la stessa: chi ha pochi soldi difficilmente si può permettere la spesa di un avvocato, anche perché c’è sempre il rischio che il ricorso non venga accolto. E fare tutto da soli, per chi non ha mai visto nè tantomeno scritto un atto, non è tanto semplice. 
In questi giorni il sindaco di Firenze Renzi ha avuto il coraggio di sollevare il velo dell’ipocrisiaaboliti gli ausiliari al traffico perché non si può fare il bilancio comunale con le multe. Un piccolo passo di civiltà accolto dai restanti sindaci d’Italia con un coro di “Non ci pensiamo nemmeno a rinunciare a questa marea di soldi“.
Ora sono in discussione alcune modifiche al codice della strada che mirano a limitare il vizio dei comuni di tassare i passanti affidando la riscossione a bande di strozzini senza scrupoli, come si faceva nel Medioevo, ma le norme sembrano insufficenti a invertire l’andazzo di sistematico abuso sui cittadini. Prevista anche la possibilità di pagare le multe a rate per chi ha un reddito basso. Ma per chi guadagna meno di 10.000 euro l’anno due o tre multe restano un danno molto più grave che per chi ne guadagna 100.000. Ma i comuni italiani sono sempre avidi di soldi e quindi sono diventati peggio dei ladri: quelli almeno ti rapinano con meno frequenza. 

Francesco Defferrari