Gay: matrimonio sì, non in Italia

PortogallodicesìmatrimoniogayIl Portogallo ha legalizzato le nozze tra persone dello stesso sesso e ha quindi seguito l’esempio di Belgio, Svezia, Norvegia, Francia, Olanda, Germania, della cattolicissima Spagna, del Canada e di alcuni stati degli Usa. Il provvedimento è stato definito “un momento storico” dal primo ministro socialista Jose Socrates e ha un significato molto importante in un paese che fino al 1982 considerava l’omosessualità un reato perseguito per legge.

La motivazione sostenuta dal Parlamento nazionale è stata di compensare la comunità gay per i decenni di ingiustizie patite.
Certo il cammino è ancora in salita perché la legge ora dovrà essere sottoposta ad altri tre passaggi istituzionali: un vaglio in commissione, un voto definitivo del parlamento e la ratifica del presidente della Repubblica, il conservatore Anibal Cavao Silva, che potrebbe anche porre il veto. In quel caso, però, il parlamento potrebbe rivotare lo stesso testo.
L’iter è quindi lungo, ma questo primo sì è comunque un passo storico per il Portogallo, paese di forte tradizione cattolica. L’approvazione è stata possibile proprio grazie all’appoggio personale del premier che ha voluto difendere la norma davanti all’assemblea e che non poteva fare diversamente visto che la legalizzazione del matrimonio omosessuale era inserita nel programma elettorale del partito socialista.
Paese che vai, usanze che trovi. In Italia da anni ormai si parla, principalmente in campagna elettorale, del riconoscimento delle coppie di fatto. E raramente si specifica se le coppie debbano essere dello stesso sesso. Poi finite le campagne elettorali, le leggi non sono approvate e i diritti delle coppie passano in secondo piano. Così le coppie gay, di cui non si parla ma che esistono, devono lottare continuamente per vedere riconosciuti i propri diritti. È quello che stanno facendo anche Francesco Zanardi e Manuel Incorvaia una coppia che dal 2007 convive a Villapiana e ora vorrebbe veder realizzato un sogno: sposarsi. Così dopo le promesse vane dei parlamentari su possibili future approvazioni di leggi per le unioni civili e dopo che anche il sindaco di Savona gli aveva promesso che avrebbe ufficializzato la loro convivenza, Francesco e Manuel hanno deciso di iniziare lo sciopero della fame. E dopo aver protestato sotto le finestre di Montecitorio, hanno montato in un angolo del soggiorno una piccola webcam che riprenderà la loro vita senza cibo e la racconterà sul sito che hanno creato.
Il loro è «uno sciopero della fame affinché il Parlamento calendarizzi le proposte di legge sulle unioni civili e il matrimonio gay»  e ora sono già in rete a raccontare i loro tormenti, nonostante le associazioni gay europee li abbiano avvertiti che, con i tempi della politica italiana, rischiano di morire di fame.
Francesco e Manuel vogliono solo che i loro diritti siano riconosciuti in un paese in cui sono nati, cresciuti, in cui vivono e lavorano. E non chiedono la luna. Perché la risoluzione dell’8 febbraio 1994 del Parlamento Europeo raccomandava agli stati membri di eliminare gli ostacoli frapposti al matrimonio di coppie omosessuali ovvero a un istituto giuridico equivalente, garantendo pienamente diritti e vantaggi del matrimonio.
Così come la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea vieta all’articolo 21 ogni forma di discriminazione, compresa quella basata sull’orientamento sessuale. E anche il trattato di Lisbona, che il nostro paese ha firmato, prevede la tutela per le minoranze discriminate, anche per gay, lesbiche e trans. Come al solito il nostro Paese non è interessato a eliminare le discriminazioni. E c’è da sperare che Francesco e Manuel sopravvivano, senza emigrare in un paese civile.

Marianna Lepore


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