Precari in piazza: “il nostro tempo è adesso”

nostrotempoadesso_ricercatoriprecariC’erano i ventenni appena iscritti all’università ma già spaventati dal futuro di fronte a loro. C’erano i trentenni vincitori di concorso ma senza posto, quelli che lavorano a chiamata, quelli che dopo anni di master, specializzazioni, abilitazioni, lavorano anche per meno di 10 euro al giorno. C’erano i quarantenni che da vent’anni devono sopportare il continuo rinnovo, se c’è, del contratto senza poter programmare la propria vita. Ieri, a Roma e in molte altre città italiane, il futuro dell’Italia è sceso in piazza per rivendicare le sue speranze.

Al di là dei numeri delle presenze e delle partecipazioni, sotto alcuni punti di vista anche alte visto che non era stato chiesto l’appoggio di alcun partito o sindacato, ieri i giovani sono scesi in piazza perché stanchi di non poter nemmeno progettare un futuro. Sono stremati e a molti, più anziani o più fortunati, potrebbe far sorridere. Se accade è solo perché non sono dovuti passare per le trafile di concorsi infiniti, magari vinti e mai assegnati, di selezioni interminabili, di gare al massacro per conquistare un posto di lavoro che a stento consente la sopravvivenza. La parte produttiva di questo Paese, quella che altrove verrebbe valorizzata, in Italia viene messa da parte. Una scelta cieca, in cui a rischiare è solo il Paese che prima o poi dovrà dire addio ai 60-70enni che comandano. Perché da qualsiasi settore si parta si potrebbe sempre fare un’analisi che conduca agli alti livelli, al mondo imprenditoriale o a quello politico dove i “giovani” sono i 50enni, al massimo i 40enni. Quelli che negli altri paesi sono considerati vecchi. Ma in Italia le parole non hanno peso. Così un’altra parola, flessibilità, nel nostro paese è diventata la parola chiave trasformandosi subito in precarietà.
Ieri per la prima volta i precari di tutti i settori si sono organizzati autonomamente, si sono guardati in faccia, si sono conosciuti fra di loro anziché rimanere monadi isolate nelle loro problematiche di categoria e alla fine hanno deciso di contarsi e scendere in piazza. Il corteo principale è sfilato per le vie di una Roma incandescente, al suo primo assaggio estivo. Neppure il caldo ha scoraggiato i manifestanti. «Il nostro tempo è adesso. La vita non aspetta». Era lo striscione di apertura del corteo. Dietro c’erano tutti gli altri: i precari, i disoccupati, gli studenti, il popolo delle partite Iva, gli stagisti, i ricercatori, i free lance.
Molti giornalisti precari erano in piazza a manifestare e, contemporaneamente, a fare il loro lavoro. Potrebbe sembrare paradossale e invece fa parte del loro mestiere: essere in piazza per rivendicare i propri diritti ma allo stesso tempo filmare, intervistare, fotografare, scrivere per riempire le pagine dei giornali di oggi, per produrre i servizi dei telegiornali di ieri. Perché se di giornalismo si parla sempre come di una casta con molti privilegi, si finisce sempre per dimenticare la grande fetta di giornalisti che il mestiere lo fanno sottopagati, sfruttati. Giovani e meno giovani che continuano a barcamenarsi tra contratti e articoli che possono essere pagati a volte anche meno di 5 euro, dopo un’intera giornata di lavoro. I giornalisti precari scesi per le vie di Roma erano quelli del coordinamento romani “Errori di Stampa”, nato nell’ultimo anno così come in molte altre regioni italiane, per denunciare le condizioni inumane in cui i professionisti della comunicazione sono costretti a vivere. Se ci sono 20mila giornalisti stabilizzati, ce ne sono almeno altri 24mila con contratti atipici o senza contratto costretti ogni giorno a lavorare come gli altri colleghi per riempire pagine e telegiornali, con la differenza di non avere la stessa retribuzione.
C’erano le famiglie e i bambini che sfilavano per le strade: perfetta rappresentazione di un esercito di quasi 4 milioni di precari in Italia, di cui circa 419mila solo nel Lazio. Perché senza il grande ammortizzatore sociale italiano, la famiglia, i giovani e i meno giovani oggi non potrebbero sopravvivere in questo Paese. Così il welfare previsto negli altri Paesi, da noi si trasforma in sostegno familiare. E il paradosso è che a riceverlo sono quelli che oggi, in Italia, dovrebbero formarsela una famiglia e invece non solo arriveranno sempre più tardi ad avere una retribuzione, ma anche a fare un figlio e a mandare avanti questo Paese.
Il corteo è arrivato poi al Colosseo, dove gli artisti di Boris sono saliti sul palco per portare la loro solidarietà e dove, quasi a sorpresa, a riscuotere più applausi è stato l’audio messaggio del Presidente Emerito della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro.
Poi le storie dei tanti precari dei settori che hanno aderito alla manifestazione. Applausi, tanti applausi, musica, sorrisi. Perché c’era spazio anche per i sorrisi, per chi nella giornata di ieri ha visto l’inizio della riscossa. L’anticipo del grande sciopero generale del 6 maggio in cui l’Italia deve fermarsi. Solo così, forse, i politici capiranno che ci sono altri problemi, questa volta seri, che stanno veramente a cuore al popolo italiano.

Marianna Lepore


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