Guerra preventiva

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scontri a torinoUn elicottero che controlla la situazione dall’alto. Aria irrespirabile, fumo e lacrimogeni. Sembra un teatro di guerra, invece siamo a Torino, nell’area intorno al castello del Valentino, dove si sta svolgendo il G8 delle Università, e dove poco fa ci sono stati scontri tra forze dell’ordine e studenti che, giunti da tutta Europa, avevano sfilato da stamattina per le strade del centro. Dal corteo si è staccato  un gruppo che ha cercato di forzare i cordoni che presidiavano il castello. Tentativo a cui la polizia ha risposto con i manganelli e lanci di lacrimogeni.

Già ieri c’erano stati degli scontri, ma quelli di oggi erano stati dati per scontati in una città che da tre giorni vive nella paura di veder ripetere per le strade del centro le scene che in Tv si sono viste nel 2001 durante il G8 di Genova. Il centro è stato blindato dalle prime ore della mattina: presìdi ad ogni angolo dei punti caldi della protesta, forze dell’ordine schierate, controlli sui tram.
 
Possibile che un incontro tra università dagli scopi apparentemente pacifici e un corteo studentesco giustifichino la militarizzazione di una città? L’aria che si respira è quella di una guerra preventiva, dove le eccessive misure precauzionali sembrano servire più che altro ad alimentare timori e diffidenze, a provocare, ad esasperare gli animi. Un esempio: lo scorso venerdì l’Università è stata chiusa. Una decisione presa da un momento all’altro per “motivi di sicurezza”, che ha lasciato spiazzati  i ragazzi : c’era chi doveva consegnare documenti per la laurea, chi aveva esami da sostenere. Un assist perfetto per far crescere la protesta, che non ha fatto altro che aumentare il passaparola che, attraverso il web, si è diffuso in tutta Europa e ha portato a Torino studenti francesi, inglese, spagnoli, greci. Ne è nato anche un nuovo slogan: “Chiudono l’università: noi ce la riprendiamo”. Ieri Repubblica ha pubblicato un’immagine quasi grottesca, scattata domenica (foto in basso a destra): studenti vestiti da clown, distesi a terra e circondati da Carabinieri con tanto di scudo.  I ragazzi hanno sicuramente un’aria irriverente, ma non sembrano certo pericolosi sovversivi.
 
studenti clown a torinoCosì gli animi erano talmente esasperati che appena ieri i manifestanti si sono trovati davanti una schiera di poliziotti, hanno cominciato a lanciare loro uova marce e la carica è stata naturale. Una strategia che sembra seguire pedissequamente i suggerimenti di Cossiga dello scorso autunno, che ‘consigliava’ di lasciare che la protesta si inferocisse per poi usare la forza. Come lui aveva fatto a Bologna nel 1977. Suggerimento a cui il nostro premier probabilmente già si era ispirato catalogando come “facinorosi” i manifestanti dello scorso ottobre, quando  a far parte del movimento c’erano anche tanti genitori di bambini delle elementari che protestavano contro il ritorno del maestro unico o i tagli al tempo pieno. Il copione di Cossiga sembra comunque essere stato seguito per filo e per segno in questi mesi: esasperare la protesta, far allontanare i gruppi più moderati, isolare il nucleo più ‘estremo’ e bollarlo come ‘manipolo di terroristi’.  Fortunatamente, a differenza del ’77 non c’è stata nessuna vittima, almeno fino ad ora.
Ma, in questo clima di tensione, basta la parola “G8” a far scattare la chiamata alle armi, anche se l’incontro tra i rettori delle università aveva come argomenti temi come la pace e lo sviluppo sostenibile. Altro punto su cui trionfa l’incomunicabilità: perché parlare proprio di G8, se si tratta di un meeting a cui partecipano rettori di università sparse in 19 paesi del mondo, ma che non c’entra nulla con il forum dei paesi più industrializzati? Il rettore del Politecnico, Francesco Profumo, spiega che il documento finale della conferenza dei rettori, terrà conto dei risultati del G8 degli studenti, tenutosi a Palermo l’8 e il 9 maggio insieme. Ma perché dedicare due eventi separati a studenti e rettori, rendendo sempre più alto un muro che sembra ormai insormontabile? Sempre Profumo ieri si è dichiarato pronto a dialogare. Troppo tardi: gli studenti sarebbero stati disposti ad un incontro solo se il summit fosse stato sospeso e dichiarato fallito. I rettori,  rinchiusi nel castello del Valentino, non se lo sono fatto dire due volte e nella loro gabbia dorata hanno continuato a discutere di temi di cui proprio i giovani dovrebbero essere protagonisti. Fuori, il grido inascoltato dei ragazzi, che sembra destinato a perdersi in quello che oggi Adriano Prosperi su Repubblica ha definito “il deserto delle speranze”.
 
Letizia Cavallaro