Democrazia o no

Genova 2001I tanti, troppi casi di abusi da parte delle forze dell’ordine in Italia sono una minaccia molto grave per la democrazia in questo paese, anche se solo una parte dei cittadini sembra rendersene conto. I casi di Stefano CucchiMarcello LonziAldo BianzinoNiki Aprile GattiManuel Eliantonio, Federico AldrovandiRiccardo Rasman, sono venuti alla luce grazie alla lotta coraggiosa delle famiglie per chiedere la verità nonostante il colpevole silenzio dell’informazione.

Soltanto l’ultimo caso in ordine cronologico, e quello di Gabriele Sandri, sono arrivati subito sulle prime pagine dei giornali e sui telegiornali, mentre per gli altri la censura e l’omertà hanno vinto per troppo tempo. I poliziotti responsabili della morte di Riccardo Rasman, Federico Aldrovandi e Gabriele Sandri sono stati condannati, ma con pene che appaiono decisamente inadeguate al crimine commesso. Non è storia nuova per il nostro paese, che ha sempre avuto enormi buchi neri di democrazia negli apparati dello stato, basta pensare alle stragi e alla strategia della tensione. Ma anche limitandosi al recente passato, già durante il G8 di Genova del 2001 il comportamento delle forze dell’ordine era stato inqualificabile. Pestaggi violentissimi, torture, arresti arbitrari, false prove contro gli arrestati, cariche ingiustificate che si sono risolte con pene lievi per gli agenti coinvolti e assoluzioni per i vertici, nonostante le numerose testimonianze e le prove visive, e pene durissime invece contro i pochi dimostranti riconosciuti colpevoli di danneggiamenti. Pene molto superiori a quelle che hanno ricevuto i poliziotti. Dal che si deduce che se sei un poliziotto puoi pestare a sangue i cittadini e perfino ucciderli e rischi al massimo sei anni di prigione, ma in genere molti di meno, e puoi anche rimanere in servizio fino alla condanna definitiva. Se invece sei un manifestante che rompe una vetrina rischi fino a 15 anni di carcere, dove tutto può succedere anche se hai commesso un reato minimo. La sproporzione è evidente.  
Tutto questo è profondamente sbagliato da qualsiasi punto di vista. I servitori dello stato (quindi dei cittadini) non possono violare le leggi che dovrebbero far rispettare. Non possono usare violenza gratuita e indiscriminata, ma solo quella necessaria per difendere se stessi e i cittadini. Tutto questo fa temere a molti che il rispetto delle leggi della Repubblica Italiana e la sincerità democratica all’interno delle forze dell’ordine non siano affatto garantite. Perché nel 2001 chiunque abbia visto quello che è accaduto nelle strade di Genova sa che gli abusi non sono stati casi isolati, ma un comportamento troppo diffuso. Perché di fronte ai casi sopra menzionati il comportamento delle forze dell’ordine è andato ben al di là della semplice solidarietà tra colleghi e della presunzione di innocenza, creando di fatto un muro di omertà. 
E’ anche vero però che, almeno dal 2001 in poi, la magistratura ha cercato di perseguire questi inaccettabili comportamenti, anche se alla fine le condanne sono state molto lievi per una serie di attenuanti che non sarebbero mai state riconosciute a normali cittadini accusati di omicidio. La politica invece è drammaticamente latitante. Di fronte a una serie di simili episodi il governo avrebbe dovuto pretendere con forza dai vertici delle forze dell’ordine l’instaurazione di maggiore disciplina e più efficaci controlli interni. Non lo ha fatto questo governo, non lo ha fatto il precedente (Rasman, Sandri e Bianzino sono stati uccisi durante il governo Prodi). 
E allora bisogna chiedersi se l’Italia è una democrazia in cui tutti i cittadini (comprese le forze dell’ordine) sono uguali di fronte alla legge, nel senso che devono rispettarla ed essere puniti come gli altri se non lo fanno, oppure no.

Francesco Defferrari

 

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