Donne in piazza: un’altra storia è possibile

donnemobilitazioneSembra paradossale e invece qualche giorno fa il ministro per le Pari Opportunità, Mara Carfagna, ha firmato a palazzo Chigi un protocollo d’intesa con l’Istituto di autodisciplina pubblicitaria per contrastare l’uso distorto dell’immagine femminile nella pubblicità. Ora un comitato paritetico potrà chiedere il ritiro di una pubblicità che risulti palesemente lesiva e volgare.

Di questi tempi, però, l’immagine della donna nel nostro Paese non è delle migliori. Così partono le mobilitazioni e soprattutto gli interrogativi.
Il caso Ruby può, infatti, essere letto non solo come l’ennesimo scandalo che coinvolge il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, ma anche come una rappresentazione della società italiana, certamente non totale, in cui l’unico obiettivo è il successo facile, il guadagno, il potere. E in cui alcune donne sono disposte a tutto pur di raggiungere quel traguardo.
A volte donne giovanissime, cresciute con una televisione che, più di molti altri Paesi nel mondo, propina a tutte le ore del giorno e della notte corpi femminili poco vestiti, strizzati in abiti fascianti. Quasi a dire che il prodotto se ben conservato può essere usato in cambio di una lunga carriera.
Le altre donne italiane, quelle che hanno un lavoro malpagato e minori opportunità di occupazione, quelle che nonostante i proclami sulle quote rosa hanno una bassissima rappresentanza nelle istituzioni e, quindi, una minore possibilità di far sentire la loro voce, quelle che lottano ogni giorno tra i figli, la famiglia e il lavoro e che al pari delle loro colleghe europee hanno molti meno aiuti dallo Stato, queste donne ora sembra abbiano deciso di dire basta. Perché il problema non è che il corpo della donna susciti fantasia negli uomini, visto che succede anche il contrario. Il problema è che si arrivi a definire la fisicità della donna come il solo parametro delle sue qualità, con l’applauso e il gradimento delle più alte istituzioni dello Stato.
Così ecco che le donne decidono di scendere in piazza, come facevano altre donne in tempi ormai lontani. Il primo appuntamento è per domani, a Milano, con una manifestazione dallo slogan “Mobilitiamoci per ridare dignità all’Italia”, dove cassintegrate, commesse, studentesse, ricercatrici, operaie, scenderanno in strada con una sciarpa bianca in segno di lutto ”per lo stato in cui versa il Paese”. E cercheranno di far capire che quello che accade oggi non offende solo le donne, ma anche gli uomini che non si riconoscono nella miseria della rappresentazione di una sessualità rapace e seriale.
Il secondo appuntamento sarà invece per il 13 febbraio in tutte le città italiane: una giornata di mobilitazione nazionale per far sentire la propria voce. E non dover più tollerare una cultura che propone di raggiungere mete scintillanti e facili guadagni offrendo bellezza e intelligenza al potente di turno. E allora, “Se non ora, quando?” si chiedono le organizzatrici. In tante hanno già dato il loro appoggio per fare in modo che il messaggio arrivi: esiste un’alternativa, anche se in molti non la trovano, ai bunga bunga con un uomo ultra settantenne; esiste un’alternativa al vestirsi da infermiere e fingere di fare iniezioni.
L’alternativa è l’istruzione, la cultura, la dignità. È il rifiutare che le proposte indecenti rientrino nella normalità, come un esame qualsiasi per conquistare un posto in televisione o in parlamento. L’alternativa è, come dice Lorella Zanardo, rifiutare che in Italia esista ancora la stessa dicotomia, con due soli tipi di donna: sante o puttane. Cambiare, emanciparsi, smettere di cercare l’approvazione dell’uomo, lavorare su autostima e indipendenza, ricominciare a fare rete intergenerazionale. Perché l’emancipazione femminile nel nostro Paese deve ancora compiersi. Ma alla politica non interessa, perché chi la controlla, adesso, “le donne le vuole solo orizzontali”, aveva dichiarato Daniela Santanché.
Le donne scenderanno in piazza e con loro dovrebbero farlo anche molti uomini perché in gioco, ancora una volta, c’è la credibilità (o quel minimo che ne resta) del nostro paese.

Marianna Lepore


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