Verso le elezioni

analisidueannidigovernoPensare che il governo possa governare nella speranza che i voti arrivino dai parlamentari che non fanno parte della maggioranza, eletta dal Paese, è un motivo talmente lieve che fa comprendere come sia difficile lasciare il potere ed ammettere la sconfitta.

Al di là del rapporto conflittuale che ha portato Fini e Berlusconi a diventare avversari, dopo soli due anni e mezzo da quando avevano dato vita al PDL, capace di vincere le elezioni con un largo scarto e di presentarsi in Parlamento con 100 politici in più, resta l’impietosa analisi, non dico del periodo in cui la destra ha governato l’Italia, ma, degli ultimi due anni e mezzo.

L’analisi è impietosa in quanto rappresenta alcuni conflitti insoluti. La larghissima maggioranza dei consensi aveva concesso alla ex-maggioranza la possibilità di potere affrontare tutte le riforme di cui il Paese aveva bisogno, con molta tranquillità e molta decisione, per rilanciare l’Italia verso un futuro migliore. Si pensava che la forza dei politici eletti desse uno scossone a tutto l’apparato in senso liberistico: aumento delle liberalizzazioni, riforme istituzionali, della giustizia, del lavoro, infrastrutture e riforme strutturali profonde, passando per un largo risanamento dell’economia, della disoccupazione e di tutte le fasce più deboli.
La stessa larghissima maggioranza rappresentava la sua politica come uno strumento di cambiamento liberalistico, ma, nella realtà, tutto questo veniva percepito come uno strumento di potere, in cui l’arroganza, spesso, lasciava trasparire una certa sicurezza riposta nella convinzione che chi riceve il consenso dal popolo abbia il diritto di governare in nome del popolo ed agire, evitando, con costanza certosina, qualunque forma di dialogo parlamentare con l’opposizione, richiedendo di continuo la fiducia.

Infatti, il Parlamento, area di confronto democratico, era stato ridotto ad area di votazione sulla fiducia al governo. Un governo che vantava 100 Parlamentari in più!
Questo andazzo era l’emersione della forte contraddizione tra i proclami liberali e riformisti e la cruda realtà del potere monolitico.
Questa ex-maggioranza non è riuscita a sanare il suo conflitto, dal quale è rimasta stritolata.

I vari annunci e proclami sono rimasti tali: dopo i primi eclatanti interventi, la cui rappresentazione accompagnata dalle fanfare dei media, portava alla ribalta la grande efficienza ed il tempestivo intervento politico e materiale, ci si ritirava lasciando le cose sul loro potenziale intervento degli organi territoriali; come se il fenomeno, vedi l’immondizia di Napoli ed il terremoto dell’Aquila, non riguardasse più il governo, ma altri organi, diversi.

Il risultato è che a Napoli è ritornata l’immondizia e l’Aquila ha tutti i suoi problemi.

Altro errore di questa maggioranza riguarda il monte di ore speso dal team del Presidente per lo studio delle tante leggine il cui scopo era permettere al Presidente di potere governare, durante tutto il suo mandato, per toglierlo dagli interventi della Magistratura e finire la legislazione.

Considero questo momento la sede di un altro conflitto insoluto.
E’ vero che la maggioranza abbia ricevuto il mandato dai suoi elettori, attraverso una schiacciante vittoria, e che la maggioranza abbia tutto il diritto di finire la legislatura. Ma se da un lato nasce il diritto alla difesa processuale del Premier per lasciarlo governare, dall’altro nasce la sua contraddizione, che si rappresenta nel tempo sciupato ad impegnare il Parlamento e la politica, non per tutelare gli interessi di tutti i cittadini, attraverso una buona politica che affrontasse i temi cruciali del Paese, soprattutto in una fase di grande crisi, ma per tentare di fare passare leggi e leggine ad personam, come i vari lodo, il legittimo impedimento, i tentativi del processo breve, le intercettazioni….

Alla base di questi conflitti, secondo me, c’è il grande conflitto di fondo: quel conflitto d’interesse per cui il Premier è costantemente attaccato dai suoi avversari.
Questa ex-maggioranza, forte di cento parlamentari, non è riuscita a dirimere i vari conflitti in seno al percorso politico, di quel progetto di rinnovamento che è stato rallentato perché primaria è stata considerata la produzione di leggi per evitare il processo al Premier, permettendogli di governare, così come da mandato elettorale.

A tutto questo si somma la reazione democratica-liberista del Presidente Fini che innesta un tentativo di democratizzazione all’interno dePDL.
Sappiamo come è andata a finire.
La maggioranza non esiste, i finiani sono fuori dal governo e fuori dalla politica del PDL e della Lega.

A giorni nascerà il nuovo Partito di Fini.
I cinque parlamentari dell’MPA di Lombardo, in questo tempo della Storia, hanno stretto un asse politico, (il nuovo governo Lombardo nasce, in Sicilia, con l’apporto dei finiani e del PD e con l’esclusione del PDL che aveva vinto le elezioni a larghissima maggioranza): si tratta di 65 parlamentari, un numero elevato che dice, chiaramente, che la fine della maggioranza è definitivamente sancita.

Infatti, nel momento in cui l’asse finiani-MPA decide di non votare a favore del governo, esso cadrà all’istante, per mancanza di maggioranza.

Questa ex-maggioranza potrebbe contare, quindi, ammesso che ricevano i voti dai finiani e Lombardiani, solamente su una risicata maggioranza di tipo solo parlamentare, ma non di governo.

Ma, è qui la seconda situazione conflittuale che costituisce la vera realtà politica, in questo momento.

I finiani non sono disposti a sacrificare centinaia di processi per permettere al Premier di governare; e sulle intercettazioni l’atteggiamento dei finiani è diverso da quello della ex-maggioranza.

Questo significa, realisticamente, che a questa maggioranza non è data nessuna possibilità di potere governare.

Credo che la soluzione sia la dimissione del mandato elettorale nelle mani del Capo dello Stato, il quale è l’unico che possa decidere se continuare con un governo tecnico, per arrivare ad una nuova legge elettorale o se andare direttamente a votare verso il mese di aprile.

Il buon senso porterebbe a pensare che, per il bene degli italiani tutti e per ridare a tutti i cittadini il diritto di scegliersi il politico da una lista, sarebbe bene optare per un governo, limitato nel tempo, per dare una nuova legge elettorale.

Cesare Pisano

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