Smantellare l’università

riformauniversitàtagliDopo aver peggiorato la scuola pubblica con una riforma tanto sbandierata che di fatto era costituita solo da tagli all’istruzione, oggi il Consiglio dei ministri (assente il premier causa scarlattina) ha approvato la riforma universitaria. Ora passa tutto al parlamento dove il dibattito si prospetta molto duro.

Il primo ad elogiare il ministro dell’istruzione Mariastella Gelmini (prendendosi il compito che di solito ricopre Berlusconi) è stato il ministro dell’economia Giulio Tremonti che ha detto “quella dell’università è una grande riforma”.
Cosa cambia, dunque? Innanzitutto la figura del ricercatore diventa a tempo determinato, solo contratti a termine di tre anni rinnovabili, per altri tre, con selezioni pubbliche. Se il ricercatore non sarà ritenuto valido e quindi confermato come associato dall’ateneo, allora terminerà il rapporto di lavoro ma avrà maturato dei titoli utili per i concorsi pubblici. Per diventare docente, poi, arriva l’abilitazione nazionale di durata quadriennale, assegnata sulla base delle pubblicazioni da una commissione sorteggiata tra esperti nazionali e internazionali.
Ai concorsi si potrà accedere solo se si possiede questa abilitazione e le selezioni avverranno sulla base di titoli e curriculum.
I rettori potranno restare in carica al massimo otto anni e saranno eletti dai professori. Le università ora avranno 180 giorni per rivedere i loro statuti e soprattutto snellire i consigli di amministrazione e senato accademici e ridurre le facoltà. «Abbiamo già eliminato molti corsi inutili – ha sottolineato il ministro, Mariastella Gelmini, durante la presentazione del Ddl a Palazzo Chigi -, bisogna continuare su questa strada. Daremo inoltre la possibilità agli atenei che lo riterranno utile di unirsi o federarsi tra loro».
E la cosa potrebbe anche convenire, visto che è ampliata la responsabilità finanziaria degli atenei che, se gestiranno male le risorse, riceveranno meno finanziamenti. La riforma tocca anche i docenti universitari: l’età per entrare di ruolo scenderà da 36 anni a 30 ma lo stipendio aumenterà da 1.300 a 2.100 euro. Stavolta, però, i docenti dovrebbero passare più tempo all’università. Sarà introdotto l’obbligo di certificare la presenza alle lezioni: per la prima volta viene fissato un riferimento uniforme per i professori a tempo pieno stabilito in 1.500 ore annue, anche se solo 350 ore saranno dedicate alla docenza e al ricevimento degli studenti. Il resto potranno essere attività di ricerca e di gestione.
Nel frattempo gli studenti hanno già deciso di reagire. Da questo pomeriggio, in otto città italiane (Napoli, Torino, Genova, Siena, Roma, Lecce, Taranto, Bari), sono stati organizzati presidi permanenti fino a notte fonda davanti le prefetture. L’Unione degli Universitari si definisce “annichilita”, “chi fa le riforme continua a non ascoltare chi le subisce”, commentano sul loro sito internet.
Così hanno deciso come azione di protesta di rapire simbolicamente Mariastella. “Con questa iniziativa – è detto in una nota – non è nostro intento offendere nessuno o inneggiare alla violenza, stiamo solo usando uno strumento libero, utilizzato sin dai tempi dei romani, la satira.”
Hanno diffuso un video nel quale chiedono il “ritiro della riforma, adeguati finanziamenti per l’università e il diritto allo studio e la partecipazione degli studenti ad ogni discussione riguardante qualsiasi progetto di riforma.”
Vogliono un’università pubblica, libera, democratica, di qualità e per tutti. Chiedono più risorse per l’istruzione e non tagli indiscriminati. Invitano il ministro a riprendere la discussione proprio da questi cinque punti, in attesa della manifestazione studentesca del 6 novembre a Roma.

La scuola in rovina
Istruzione sempre più lontana

Marianna Lepore


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