Istruzione sempre più lontana

presiditagliscuola280509In un Paese democratico può capitare che chi gestisca il bene pubblico decida di fare delle scelte, anche impopolari, pur di portare avanti “la baracca”. Non sarebbe la prima volta che capita nel mondo o in Italia. In un Paese democratico può capitare che si decida di fare dei tagli nella “cosa pubblica” per cercare di portare maggiori risorse ad altri settori più bisognosi. In Italia, purtroppo, non è la prima volta che si taglia sull’istruzione.
Forse, però, è la prima volta che sono tutti d’accordo: studenti, genitori, insegnanti, presidi. E se una massa così “informe” di soggetti ha la stessa opinione, forse un campanello d’allarme potrebbe suonare.
Invece no, è tutto normale. Addirittura oggi i presidi che decidono di protestare contro i tagli alla scuola (contro cui anche le migliori acrobazie e moltiplicazioni dei pani e dei pesci nulla possono) sono additati come “dirigenti che fanno politica e creano inutilmente allarmismi che poi si riflettono negativamente sulle famiglie e sui genitori”, come ha detto il ministro dell’Istruzione.
“Rispetto chi svolge il suo ruolo con senso di responsabilità, ma trovo scorretto usare la scuola per fare politica” – ha poi aggiunto la Gelmini. Come a dire che è inutile urlare contro i tagli, tanto i soldi non tornano e il silenzio sarebbe più opportuno, soprattutto ora che vicino alle elezioni ogni esternazione è interpretata come propaganda da una certa politica.
Il ministro ha anche aggiunto che “dove ci sono buoni dirigenti le cose funzionano”. Quindi se una scuola non sa come pagare i supplenti bisognerebbe dedurre che è colpa del preside che deve aver mangiato i soldi.
I presidi, però, si lamentano di numeri certi non di fantasie. Nelle scuole mancano i soldi per i supplenti, mancano i soldi per le visite fiscali obbligatorie e da settembre non saranno più garantiti i servizi previsti per legge, come la copertura dell’ora alternativa alla religione. Le denunce arrivano da 300 presidi aderenti alla Asal (associazione scuole autonome del Lazio). Sembra strano che siano 300 incompetenti incapaci di fare le somme con i propri bilanci. La Gelmini, però, non gradisce. Lei ha fatto di tutto per far sembrare una riforma della scuola quello che invece è stato un taglio drastico dei bilanci, necessario per coprire altre scelte della maggioranza.
Anzi, oggi si festeggia la riforma degli istituti tecnici: due settori, economico e tecnologico, 11 indirizzi e 32 ore piene settimanali contro le 36 precedenti. Più che una riforma è una riorganizzazione, con nuovi tagli alle cattedre, necessaria per i risparmi di spesa previsti nella Finanziaria 2009.
Ma non sono solo i presidi a rovinare la festa. Ci sono anche gli studenti del corso di laurea magistrale “informazione e sistemi editoriali” dell’Università Tor Vergata, oggi in piena rivolta. E’ uno dei corsi di laurea più prestigiosi dell’ateneo, sempre con nuovi iscritti e con oltre il 50% di laureati negli ultimi due bienni. Il corso però va chiuso, nessuna nuova iscrizione accettata per il prossimo anno e la fusione con un altro corso nel 2010. Perché? E’ presto detto: i tagli da qualche parte vanno pur fatti.  La chiusura, però, non è passata sotto silenzio. Ha scatenato, anzi, un forte dibattito nell’Ateneo estendendo la discussione sulle scuole di formazione per giornalisti, spesso costose, come lo stesso Master di Tor-Vergata (tra i più economici con i suoi quasi cinquemila euro). Tremila firme raccolte e un blog su internet  allargano, dunque, la protesta e riaprono, per l’ennesima volta, la discussione sul problema dell’accesso alla professione giornalistica.
 
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Marianna Lepore

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