Università: passa il ddl, ma la protesta continua

riformauniversitaL’esecutivo “sotto” due volte su alcuni emendamenti, con l’appoggio di opposizione e finiani, non è bastato, perché alla fine i deputati di futuro e libertà hanno votato la riforma dell’Università che ieri è stata approvata alla Camera. E mentre il Pdl festeggiava e la ministra sorrideva in aula, fuori dal palazzo c’era il mondo reale che scendeva in piazza (e ha continuato a farlo oggi) per urlare il proprio no a una riforma definita, da più parti, “peggiorativa”.

Maria Stella Gelmini può dirsi soddisfatta del ddl che porta il suo nome e che ora sembra più vicino alla sua realizzazione. Il ministro ha definito il ddl come “una tra le riforme più importanti della legislatura”. Non la pensavano così i tanti giovani che ieri manifestavano per le vie di Roma e di molte altre città italiane. Non è detto che la riforma venga approvata definitivamente. Adesso il ddl è passato al Senato, ma il Pd rifiuta che il voto sia messo in calendario prima della fiducia sul governo Berlusconi che si voterà il 14 dicembre. Altrimenti, ha detto la capogruppo al Senato Anna Finocchiaro, salteranno tutti gli accordi per l’approvazione della manovra finanziaria prima della fiducia.
Sono giorni di trattative, quindi, e gli studenti lo sanno per questo anche oggi hanno continuato a manifestare. Giovani per le strade dell’Eur a Roma, occupazioni al Dams di Roma3 e nelle università di Palermo e Catania, studenti che hanno fatto irruzione nel palazzo del Comune di Bologna o che per alcune ore hanno occupato i binari della stazione a Napoli: dimostrazioni di come la protesta non ha intenzione di fermarsi dopo il sì della Camera. Gli studenti non mollano e non si fanno scoraggiare dalla pioggia o dal freddo. Così come non li scoraggiano le frasi del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, che ha liquidato le manifestazioni dicendo che «gli studenti veri stanno a casa a studiare, quelli in giro a protestare sono dei centri sociali o fuori corso». In gioco c’è il proprio futuro e quello di molti altri giovani, per questo la protesta continua. L’avviso “paralizzeremo il Paese con le nostre iniziative” è chiaro, ma nessuno sembra volerli prendere sul serio. In un paese di vecchi, dove in Parlamento come in qualsiasi posto dirigenziale la media d’età non scende mai sotto i 40 (spesso e volentieri nemmeno sotto i 50) è evidente che l’interesse dei giovani e le possibilità che questi riescano a riscattarsi socialmente non sia un problema della politica.
La riforma tralascia completamente la didattica, la ricerca e gli studenti, forse gli unici tre elementi veramente importanti all’interno dell’università. Si è detto che questa legge lotterà contro “il baronato e la parentopoli”. Alla fine, però, la “norma anti-parentopoli” che passa, con voto di tutti esclusa l’Idv, è solo una norma di facciata, aggirabile molto facilmente. Per questo l’Idv non l’ha votata pur avendola inizialmente proposta. In sostanza, dichiarano dal ministero della Gelmini, non potrà rispondere ai procedimenti per la chiamata all’insegnamento chi è parente “fino al quarto grado compreso” di un professore del dipartimento o della struttura che effettua la chiamata. Ma come spiegano dal partito di Di Pietro, basterà che “il parente già professore si sposti in un altro dipartimento dell’università, rendendo possibile la chiamata del parente nello stesso ateneo”. E nemmeno gli interventi promessi per favorire l’accesso dei giovani alla carriera accademica (e non lasciarli a vita ricercatori) sembra abbiano richiamato l’interesse degli “emigrati causa ricerca”.
La lotta ora si sposterà sulla data di passaggio al Senato. Ma tutti i giovani in piazza, studenti o ricercatori, non mollano, perché vivono sulla loro pelle gli effetti della riforma.

Marianna Lepore

 
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