La Lega e gli ex-Pci

La Lega sulla storia non continuata dai Partiti usciti dalla trasformazione del PCI in PDS, DS e PD, ha creato l’attuale successo elettorale ed il lento, ma, continuo radicamento in un territorio che aveva visto i militanti ex-Pci lottare, intorno agli anni ’70, per espandere, tra i giovani, la musica pop, il dialetto, le tradizioni popolari e tutte quelle forme tradizionaliste e tipicamente legate a quei sistemi di vita, che erano i contenuti che legavano Partito, territorio e persone, e che diventava il sistema da difendere, contro l’avanzare del materialismo borghese dei capitalisti.

La Lega come il vecchio PCI, rifatto all’incontrario? Per certi aspetti direi di si; infatti, la Lega alligna e convince su un sostrato cultural-popolare artigianale-contadino-agricolo, che vive e prospera nelle strutture di piccole città, ai margini delle grandi città. La Lega si è fatta interprete di tutto questo ed ha assunto una politica di difesa di tutto ciò che è tradizione e valori, che danno un’identità e creano certezze alla popolazione.
L’esistenza che si vive in agglomerati piccoli è il prodotto di strutture sempre uguali nel tempo, che reiterano i loro effetti sui giovani; infatti, se da un lato la gioventù, formalmente, è moderna, dall’altro, nella sostanza, è fortemente radicata nella cultura familiare e territoriale, che risulta stantia e tradizionalista e che stride col movimento continuo evolutivo della città.
La città si evolve continuamente; il nuovo arriva, non solo come forma di esistenza, ma, come pensiero, come materialismo di vita, e come spirito adattabile alla novità; l’esistenza cittadina, infatti, rompe, con naturalezza, le forme della tradizione, le conserva nella memoria, ma le scaccia dal sistema di vita, più adattato a seguire le mode ed i costumi, sia nel linguaggio, sia nei contenuti, sia nella musica, nell’arte, etc…
 Una profonda differenza divide il modo di essere dei paesani e dei piccoli agglomerati e di coloro che vivono nelle grandi o medie città. Il nuovo arriva nelle forme dei grandi mercati, strutture che stanno circondando le periferie delle città, ma, anche, dei paesini, molto prossime alle città; nella marea degli immigrati che chiedono lavoro e la formazione della loro famiglia; discoteche, paninerie, nuove forme musicali, linguaggi, mode, tecnologie sempre più moderne, etc…
La città è aperta, la città non conserva, ma, condivide; interagisce, offre e fa le sue richieste; la città è il simbolo del movimento continuo senza soste che è dato dall’esistere; una massa di popolo, che la mattina si alza, molto presto, per recarsi al lavoro, e che, spesso, non ha il tempo di guardare l’ora.
La cittadina, od il piccolo paesino vive il suo tempo, secondo un parametro di lentezza, che ne determina il ritmo di vita. Tutto si muove intorno questo ritmo lento, che ne scandisce tutti i valori di vita, il pensiero, le aspettative, il futuro; tutto si modella intorno alla lentezza, che diventa elemento adatto a saldare la realtà col passato, più che col futuro. La cittadina ed il paesino non hanno un futuro immediato; esso resta lontano nel tempo, e si manifesta come un riflesso proveniente da altri territori.
La Lega non attecchisce nelle grandi città, né nei grossi centri; essa attecchisce là dove il ritmo di vita è lento; là dove il passato diventa il metro per regolare il presente; un presente, che si deve legare, per quanto possa essere possibile, sia nelle forme di costume, sia nei valori della vita ai valori consolidarti del passato, ma, con efficacia obsoleta.
Emerge fortemente e con veemenza la tradizione, la proprietà come sicurezza, il “Nostro“, la difesa della famiglia, della cultura, del linguaggio dialettale, del folklore, della musica popolare, che rievoca attimi di vita e di varie esperienze, che legano tutti nello spirito e rendono l’unità di un piccolo popolo e di un piccolo territorio; le feste, le usanze ed i costumi, i prodotti tipici, etc…
Una costellazione che va “protetta“, va chiusa e difesa da tutti coloro la cui “diversità“ diventa l’elemento di discontinuità della loro storia. Una chiusura culturale, che diventa, pericolosamente, mentale e psicologica, che produce insicurezza e paure generalizzate. La Lega, come movimento politico, ha saputo cogliere tutto questo; si è identificata nella gente, ha parlato per loro bocca ed ha agito proclamando una strenua difesa dei valori tradizionali, contro il presunto pericolo esterno.
La vecchia politica, dei vecchi compagni comunisti del PCI, riemerge con prepotenza, come una nuova forma rivoluzionaria, i cui contenuti non sono più la lotta di classe contro il padroni corrotti e sfruttatori, per pensare un mondo nuovo, diverso, ove la giustizia sociale diventi il parametro naturale dello sbocco della lotta, ma, contro un nemico diverso, inerme e frustrato: l’immigrato, il musulmano, le moschee, la lingua araba, i modelli arabi, le mode arabe, etc…
E non è solo una lotta contro il fondamentalismo e l’islamismo, (molti invocano gli scritti di Oriana Fallaci), ma, contro tutti i “ diversi “ considerati nemici da espellere. E non solo; ma, tutto è, potenzialmente, considerato un pericolo da combattere: i supermercati, la musica moderna, rock; gli omosessuali, le lesbiche, i matrimoni gay, l’unità d’Italia, il meridione spendaccione e parassitario che sperpera col suo sistema di malaffare, per sottrarre denaro al nord; insomma, tutto ciò che diventa rottura del loro atavico sistema di vita.
La nascita dei supermercati, per fermarsi ad un esempio, è considerata un fatto negativo, perché distruggono il piccolo commercio e, con esso, il centro storico delle città, non più usufruito dai residenti venditori, ma, da immigrati, che sono aumentati di numero, come conseguenza della chiusura dei negozi rionali.
Il mercato è libero; esso è la ideologia del sistema liberista, la grande rivoluzione liberale, che riuscì a distruggere il sistema politico parassitario delle grandi monarchie europee. Adam Smith affermava che la legge di mercato da sè armonizza i rapporti economici. La via seguita dalla Lega non è l’ascolto della gente, per un progetto migliore e nuovo, ma dei suoi particolari interessi, nascenti dalla paura del domani; ma, la paura del domani si vince con un progetto condiviso, affermando la libertà di mercato, contro ogni invadenza, che possa frenarla; naturalmente, non contro leggi che possano regolarla meglio.
Le politiche del territorio hanno la loro finalità nella protezione di parte del popolo, strettamente legato alle sue tradizioni; come dire: si fa di tutto pur di chiudere la gente nel proprio piccolo, nel proprio “particulare”, come affermava Guicciardini, contro le tesi del Machiavelli. Il fine per Machiavelli si identifica con l’utilità che ne proviene allo Stato, quindi, a tutti i cittadini; per i leghisti, al contrario, il fine si identifica con l’interesse particolare dei pochi, legato al loro territorio, alle loro tradizioni, ai loro usi, ai loro costumi, al loro dialetto, alla loro morale, alla loro economia agricola-artigianale…… Come dire: chiudiamo questa gente nel cono d’Ombra del loro piccolo mondo, mentre altri territori vanno incontro al futuro!
Tutto questo, per i militanti leghisti, è addossabile alla sinistra responsabile per avere liberalizzato il mercato. Si dovrebbe mummificare la società, secondo le loro idee, in strutture ataviche e sempre identiche a se stesse, per evitare che il nuovo possa creare condizioni e modelli diversi, pur di mantenere puri e vergini gli antichi valori e tradizioni. Due visioni diverse di intendere il progetto sociale: quello della Lega, formato in gran parte dai vecchi ex-militanti PCI, rispolveratesi nella Lega e quello della sinistra, rappresentato dal suo maggiore Partito, il PD. La lega vuole la cristallizzazione in forme sempre uguale, stantie e lontane dalla modernità e dal nuovo, che avanza inesorabile e ci invade ad ogni istante, come una marea, che non potrà essere arginata, ma gestita; la Lega non la gestisce e cerca di dominarla, se non, addirittura, velleitariamente, di distruggerla.
Ed ecco i conflitti sociali tra i tentativi di fermare il tempo e la naturale invasione temporale del nuovo, che si presenta quale elemento inarrestabile, perché naturale agli effetti delle varie realtà mondiali e della globalizzazione. Una lotta, contro il tempo e la storia è una lotta destinata a perdere. La sinistra, considerata superata, nei problemi della sicurezza e del nuovo che avanza, rispetto alle paure dei tanti, che vogliono certezze nel vecchio esistente, come argine alla paventata discontinuità storica e tradizionalista.
Le sinistre hanno liberalizzato i mercati; hanno pensato una diversa soluzione alla problematica degli immigrati; più rispettosa della dignità dell’uomo, della famiglia; una politica non di assimilazione, ma di integrazione; hanno aperto alle nuove richieste; si sono mossi per tenere l’Italia sullo stesso passo dei grandi Stati europei. Hanno perso e, probabilmente, perdono sul terreno della sicurezza; la Lega ha cavalcato la tigre dell’angoscia, chiudendo i rubinetti all’avanzare dell’immigrazione, considerata pericolosa, perché “ altra “ da noi; ha avanzato proposte di separazione nelle scuole; di superamento di test sulla lingua e sulla storia italiana; ha prodotto la legge sul reato di clandestinità; etc..
I problemi non sono stati risolti; sono stati repressi e, formalmente allontanati; ma, essi esistono e creano conflitti continui. La Lega non dà soluzioni positive ai problemi legati all’immigrazione ed al nuovo che avanza; la sua xenofobia di fondo è un forte limite, che, addizionato all’idea del separatismo, diventa mortificante per le tradizioni italiane, frutto della solidarietà sociale, dell’attenzione alle problematiche sociali, alla dignità dell’uomo in quanto tale, a prescindere dal colore della pelle.
Il PD ha perso terreno nei confronti della Lega, per un fatto connaturato alle continue trasformazioni che hanno prodotto l’attuale Partito; un Partito democratico Riformista, aperto e tollerante, che sta trovando la sua strada, quella Riformista, da quando, abbandonata l’ideologia della lotta di classe, lo vede alle prese coi problemi irrisolti del sociale. Il PD non è un Partito repressivo; la soluzione delle problematiche guardano ai valori umani, della dignità, della difesa delle libertà, del pensiero altrui, del diverso; agisce su di un terreno più difficoltoso: il lavoro, l’occupazione, il precariato, la crescente povertà della gente, la crisi, la formazione dell’uomo. La Lega, col suo radicamento territoriale, è momentaneamente vincente, grazie ai vecchi ex-militanti del PCI, che hanno trovato in essa le aspettative, che, secondo loro, i Partiti nati dalla trasformazione del PCI, hanno perso; sono diventati gli attivisti militanti conservatori, xenofobi, chiusi nelle loro tane, da difendere dal “diverso“, in netta opposizione politica e di visione progettuale dal PD. Una girandola di conservatorismo, che diventa xenofobia aperta e dichiarata dai giovani leghisti; un tuffo verso il passato di una storia dimenticata, fatta rivivere, grottescamente, in tutte quelle forme ridicole dei vari giuramenti offerti nelle vallate, prese in prestito, come simbologia di un mondo , che, si spera, non ritorni più, perché basato sull’ignoranza, sull’estrema povertà del popolo minuto, sulla diseguaglianza, sulla sporcizia, le malattie, il sopruso dei potenti e della loro arroganza; di bimbi che morivano di stenti e di ricchi-potentissimi che sperperavano e sfruttavano.
Un mondo di cui la storia conserva la memoria, per ricordare, a chi la conosce, che occorre andare avanti e non fermarsi; per ricordare come sia importante la tradizione, ma non per fossilizzare ed impaurire la gente, ma, per ripartire dall’identità e dalla tradizione dei valori, per cambiare nel nuovo, sapendo conservare i veri valori, che ci hanno condotto al nuovo, perché essi possono rivivere nel futuro, come elementi condivisibili, adattabili in un’armonia di relazioni condivise e da accettate, ma, mai conflittuali.
E, cosa dire su quanti pensano che un immigrato regolare, che abbia perso il lavoro, possa diventare un potenziale delinquente…..; siamo alla preistoria culturale! Significherebbe, semplicemente, che gli italiani che perdono il lavoro sono dei potenziali delinquenti: un’assurdità culturale e politica, che mi ricorda “Conversazione in Sicilia“ di Elio Vittorini, il cui contesto letterario, al tempo del fascismo, considerava i disoccupati criminali; dimenticando che la Sicilia era territorio vittima del malgoverno di chi deteneva il potere, usurpando i diritti della libertà al lavoro dei molti, costretti, poi, all’emigrazione in terre lontane e dentro una realtà sconosciuta, per cultura e per linguaggio usi e costumi; allo stesso modo come adesso, altri immigrati, arrivano, fuggendo dalla morte e dalla disperazione, per approdare in una spiaggia che li respinge come oggetti.

Cesare Pisano

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