Regionali, un gran pasticcio

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Un grande caos. Non ci sono altre parole per sintetizzare la campagna elettorale in corso in Italia. Anche perché teoricamente non si può parlare nemmeno di campagna elettorale, visto che dopo lo stop ai talk show politici in Rai, non si discute più di programmi né di candidati.
L’ultima parola in questa battaglia è stata data dal Tar del Lazio che, ieri, ha respinto il ricorso per la riammissione della lista del Pdl nel Lazio.

La sentenza che è arrivata dai giudici non ha lasciato dubbi alle interpretazioni. Il Pdl è fuori, la lista resta esclusa. Semplicemente perché il decreto partorito in fretta e furia, di notte, a palazzo Chigi, “non può trovare applicazione” perché le elezioni regionali per la Costituzione sono competenza della Regione.
E poi se il decreto afferma che è necessario essere entro le 12 in tribunale “muniti di documentazione”, chi assicura che Alfredo Milioni e Giorgio Polesi avevano in mano, a quell’ora, la stessa documentazione che hanno ripresentato oggi in orario al riaperto ufficio elettorale?
Milioni e Polesi forse non hanno mai fatto un concorso pubblico, forse non si sono mai preoccupati di pagare le bollette, forse hanno segretarie che si occupano di tutto. Perché di norma se c’è un termine e non si rispetta, alla fine il cittadino paga. Nel senso letterale, pagando una mora, o nel senso figurato, rimanendo fuori dai concorsi o selezioni. E non importa se sei dentro l’ufficio postale quando lo sportello chiude davanti alla tua faccia. Se la domanda non la spedisci, sei fuori.
Ma con il decreto legge scritto e approvato in fretta e dopo aver ottenuto la firma di Napolitano, Silvio Berlusconi era convinto di aver risolto ogni problema. Ieri, invece, il giudice amministrativo boccia le ragioni del centrodestra. Così il pasticcio si ingigantisce. Berlusconi non parla, in attesa della decisione del Consiglio di Stato. Perché colpo di scena dopo colpo di scena, le cose potrebbero cambiare ancora una volta.
L’elezione data per certa di Renata Polverini nel Lazio diventa sempre più incerta, con un’emorragia di voti che potrebbe aggravarsi e con l’ipotesi rinvio sempre dietro l’angolo. La maggioranza, nel frattempo, è in agitazione. Ieri il ministro Maroni affermava che “Se il Tar decide che la lista e’ fuori, quella lista resta fuori nonostante il nostro decreto”. Oggi Maroni non parla.
Le voci critiche arrivano, però, dal periodico online di Fare Futuro, la fondazione di Gianfranco Fini, attraverso un articolo del direttore Filippo Rossi. “Non chiamatela politica. Dategli almeno un altro nome, meglio se inventato: chiamatela ‘pasticcia’ o magari ‘raffazzona’, o anche ‘rabbercia’. Dategli il nome che volete ma vi prego non chiamatela ‘politica’”.
Il riferimento è allo spettacolo degli ultimi giorni tra carte bollate, decreti, circolari, firme. Insomma tutto ciò che non è politica e che invece ha occupato le pagine dei giornali, anche stranieri. Su France24 si racconta del caos liste, del disappunto poi rientrato del presidente Napolitano e dell’importanza di queste elezioni per Berlusconi che ha fatto di questo voto un vero e proprio “test nazionale” sul suo gradimento. Sopratutto perché, secondo il quotidiano, i voti personali del premier sarebbero calati, colpa di presunti scandali sessuali, del divorzio dalla moglie dopo 20 anni, di due processi per corruzione in cui è imputato e di un’aggressione fisica.
El Mundo parla di speranze in frantumi per il Pdl di riuscire a partecipare alle elezioni nel Lazio. E paragona questo “pasticcio” a quando il principale partito spagnolo non ha potuto partecipare alle elezioni nella Comunità autonoma di Madrid.
Le Figaro, invece, evidenzia come tutto questo rumore stia solo allontanando gli elettori. Secondo il giornale francese Il governo ha perso tre punti in una settimana. Due elettori della maggioranza su dieci non gli darebbero più la loro fiducia. 
Fuori dal coro è il Guardian che si è divertito molto di più a descrivere il 73enne premier che “è tornato nella mischia” scegliendo delle candidate che con la politica non hanno nulla a che fare.
Mentre si dovrebbe parlare di politica e di programmi, in Italia c’è il silenzio. Anzi, il giornalismo è costretto a raccontare il trentesimo voto di fiducia, questa volta sul legittimo impedimento. Un provvedimento che, ancora una volta, serve solo a una persona. Non al popolo.

E’ il massacro delle istituzioni. Ora proteggiamo il Quirinale da Repubblica.it

Marianna Lepore

 
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