La diffamazione sbarca su Facebook

diffamazione_facebook210809Prendere in giro i propri professori è sempre stato il divertimento preferito dei ragazzi. Una volta il gioco si faceva in classe, al massimo si diffondevano false notizie all’interno della scuola. Ora, invece, si va ben oltre. A volte, però, i ragazzi sono “puniti”. Così 5 studenti sono stati denunciati per diffamazione a mezzo Internet, perché avevano aperto su Facebook un gruppo contro un’ex professoressa.

Una volta la diffamazione era un reato tipico dei giornalisti, per cui si rischiavano belle multe e sanzioni disciplinari. Oggi però, grazie al web, un po’ tutti possono esprimere opinioni su chiunque nei blog, nei social network come Facebook o Twitter. E spesso le frasi messe in rete possono raggiungere un pubblico molto vasto. Per questo «Facebook non può sottrarsi alle regole del diritto comune e gli utenti dei social network non possono invocare la spazialità virtuale quale esimente per le loro affermazioni e i loro comportamenti.» Perché anche se lo spazio in cui scriviamo è telematico, e a noi sembra per questo motivo “inesistente”, i diritti della personalità così come i beni morali vanno sempre tutelati.
Così ora i cinque adolescenti che pensavano solo di farsi beffa di una prof potrebbero passare dei guai seri visto che l’articolo 595 del Codice Penale prevede per il reato di diffamazione la reclusione fino a un anno o la multa fino a 1.032 euro.
L’unico a salvarsi è il sesto componente del gruppo che aveva meno di 14 anni all’epoca dei fatti e quindi non è imputabile.
In realtà, all’inizio, era stato aperto solo un gruppo sulla prof di italiano, ma poi qualcuno, approfittando dell’anonimato della rete, ne ha approfittato per scrivere commenti e opinioni non certo edificanti nei confronti dell’insegnante piacentina, alcuni anche a sfondo sessuale. 
I ragazzi però non sapevano che anche la professoressa frequentasse lo stesso social network. Così ha scoperto la pagina e ha letto i commenti ingiuriosi , dai metodi didattici alle valutazioni personali. Non contenti, i ragazzi avevano anche inserito una foto, così la pagina era completa e la faccia della prof, nello scoprire il tutto, ce la possiamo immaginare.
A questo punto vale la pena informarsi: che cos’è questo reato di diffamazione aggravata? La diffamazione in questo caso non è semplice ma, appunto, aggravata dal mezzo di pubblicità. Perché se parliamo male di qualcuno in una cena tra amici è probabile che la notizia si diffonda, ma se lo scriviamo nero su bianco in internet allora la notizia può fare il giro del mondo. Così le pene possono arrivare fino a tre anni, con possibili risarcimenti danni da migliaia di euro.
Ma non sono solo le parole che vanno misurate: perché anche la pubblicazione di foto di amici in atteggiamenti imbarazzanti può creare qualche problema, se prima non abbiamo avuto il loro consenso alla pubblicazione. La goliardata tra amici può costare cara e integrare un’ipotesi di responsabilità civile. 
E se dovessimo avere davanti delle persone piuttosto irascibili, la nostra foto potrebbe anche configurare un danno all’immagine che sarà poi valutato in relazione al caso concreto.
Una volta erano solo le “star” a chiamare in causa gli avvocati per foto o notizie del genere. Ora che la diffamazione è estesa anche ai social network, vale la pena ricordarsi di una semplice regola per non finire nei guai: essere più cauti nel condividere foto, pensieri ed emozioni. E ricordarsi che il nostro anonimato , in internet, non è poi tanto reale.
 
Marianna Lepore
 

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