Google, appello contro la sentenza

GoogleInternet non è una sconfinata prateria in cui tutto è permesso e nonostante niente possa essere vietato nel web, “esistono leggi che codificano comportamenti che creano degli obblighi” che, se non rispettati portano a una responsabilità penale. Sono le parole usate dal giudice Oscar Magi per motivare la condanna che il tribunale di Milano ha inflitto il 24 febbraio a tre dirigenti Google.

Una condanna che ha occupato le pagine dei giornali internazionali perché era la prima volta che Google veniva condannata per i contenuti messi in rete. Il video fu pubblicato a settembre del 2006 su Google e rimosso due mesi dopo, totalizzando in quei 60 giorni 5500 contatti. Il filmato era stato girato in una scuola di Torino e riprendeva un ragazzo affetto da autismo mentre veniva picchiato da alcuni suoi compagni di classe nella totale indifferenza degli altri.
Per quel video non controllato dai vertici per due mesi, il tribunale di Milano condannava i dirigenti dell’azienda di Mountain View. La scelta del giudice Magi è stata duramente criticata due mesi fa dai vertici americani. L’ambasciatore a Roma, David Thorne, aveva espresso grande disagio per quella pena scrivendo, in un comunicato, “siamo negativamente colpiti dalla decisione di condanna di alcuni dirigenti della Google inc. per la pubblicazione su Google di un video dai contenuti offensivi”.
Secondo il portavoce di Google, la scelta del giudice era un vero e proprio attacco ai principi fondamentali di libertà su cui si è costruito internet.
Oggi, con 111 pagine, il giudice Magi motiva la sua scelta, scrivendo che anche internet deve avere regole e leggi che codificano comportamenti e creano obblighi.
La rete senza regole, dunque, non esiste e le motivazioni lo dicono esplicitamente affermando, in sintesi, che non c’è spazio che sia al di fuori della legge, nemmeno nel web.
La sentenza, la prima di questo genere a livello internazionale, condanna quindi i vertici dell’azienda americana per violazione della privacy. Ma soprattutto questa condanna apre un dibattito sulla gestione e l’utilizzo delle immagini in rete. Qualcuno ipotizza un esame preventivo del materiale da parte del provider come l’unica soluzione possibile, ma questa scelta comporta un lavoro immenso e soprattutto rischia facilmente di trasformarsi in censura.
I vertici di Google ora stanno studiando le carte ma hanno già avvisato che faranno appello contro la decisione perché “questa condanna attacca i principi stessi su cui si basa Internet”.
E se questi principi venissero abbandonati, allora, assicurano, il web così come lo conosciamo oggi potrebbe scomparire.
Google, forse, finirà per pagare da sola le colpe di un comportamento sbagliato, quello dell’omissione di controllo. Anche se resta da chiedersi perché, sempre più spesso, i ragazzi in classe possano picchiare i propri compagni senza che nessuno controlli o intervenga. Senza che la basilare educazione venga insegnata.

Marianna Lepore


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