La verità minacciata

Il titolo dell'Ora dopo l'assassinio di SpampinatoCi vuole poco perché l’Italia diventi una nazione esattamente come la Russia, l’Iran o lo Sri Lanka, stati dove l’informazione è controllata dal potere e i giornalisti che osano raccontare la verità subiscono minacce e vengono uccisi. L’informazione di regime già l’abbiamo, e da molti anni. Oltre a questo ci sono le regioni del Sud dove la criminalità organizzata non vuole che si indaghi e si scriva su quello che fa. E così le minacce ai giornalisti si moltiplicano, e raramente raggiungono la cronaca nazionale.

Oltre al famoso caso di Roberto Saviano, ce ne sono molti altri. Come il giornale online Terranostra, di Gianni Lannes, che in Puglia ha condotto diverse inchieste sulle navi dei veleni e i danni degli inceneritori, due notizie tra le più censurate in Italia, e per questo ha subito ripetute minacce. Ieri Lannes ha deciso di sospendere almeno temporaneamente l’attività del sito per non mettere a rischio la sua vita e quella dei suoi collaboratori, visto che le istituzioni e la politica finora non hanno fatto nulla per difenderlo.
Ma i giornalisti che hanno subito minacce dalle mafie in Italia sono almeno 40, e la maggior parte di loro si occupa di cronaca locale, quindi viene ignorato dai grandi mezzi d’informazione. Eppure le minacce sono arrivate proprio perché si occupano di questioni locali in regioni dove le mafie governano di fatto il territorio e non vogliono che si sappia la verità su quello che fanno. L’ultimo giornalista ucciso dalla mafia è stato Beppe Alfano nel 1993. Da allora le mafie non hanno più ucciso giornalisti e giudici non perché siano scomparse, ma semplicemente perché il livello d’attenzione dell’opinione pubblica era cresciuto e le organizzazioni criminali hanno cercato altre forme per mantenere il loro potere, soprattutto infiltrarsi nelle istituzioni e trattare con la politica. Ma è sufficiente che il silenzio e l’indifferenza tornino a prevalere perché le mafie ricomincino a uccidere giornalisti, poliziotti e giudici come hanno fatto molte volte dagli anni 60 ai primi anni 90. La mafia ne ha uccisi 8: Cosimo Cristina, Mauro de Mauro, Giovanni Spampinato, Peppino Impastato, Mario Francese, Giuseppe Fava, Mauro Rostagno e Beppe Alfano. La Camorra uno, Giancarlo Siani. Prima di essere uccisi molti di loro erano ignoti al grande pubblico. Infatti il sentimento prevalente tra i molti giornalisti minacciati dalle mafie è proprio quello dell’isolamento. Perché l’informazione di regime non si interessa alle loro storie e l’opinione pubblica non li conosce.
Alessandro Bozzo di Calabria Ora, Angelo Civarella della Gazzetta del Mezzogiorno, Josè Trovato del Giornale di Sicilia, Lirio Abbate, Sandro Ruotolo di Annozero, Rosaria CapacchionePino Maniaci. Ne ha parlato il rapporto Ossigeno per l’informazione della Federazione Nazionale della Stampa Italiana, e alcuni di loro appaiono nel documentario Avamposto, realizzato in Calabria per raccontare storie come quella di Angela Corica, 25 anni e 5 pallottole contro la sua auto per un’inchiesta sui rifiuti, Leonardo Rizzo, 3 bottiglie moltov e sei bossoli sulla finestra, Agostino Pantano, le gomme dell’auto tagliate, Antonio Sisca, lettere e bossoli per i suoi pezzi sulle morti di lupara bianca, Giuseppe Baglivo: 33 anni e due bossoli in una busta per i suoi articoli su un palazzo divorato dai rovi a Vibo Valentia. 
Tanti nomi che dimostrano quanto siano ancora pericolose le mafie e quanto sia necessario sapere e informarsi, perché il crimine prospera nel silenzio e nell’indifferenza e ha paura della verità. Parlare è necessario, soprattutto in questo periodo in cui abbiamo un premier che dichiara che i libri sulla mafia ci fanno fare una brutta figura. Forse intende dire che fanno fare una brutta figura ai mafiosi e ai politici che li aiutano.

Francesco Defferrari

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