Roberto Morrione, il codice del giornalista

robertomorrioneIl giornalista coi baffi non c’è più. Roberto Morrione, presidente e direttore di Libera Informazione, è morto ieri notte a Roma dopo una lunga e dolorosa malattia. Avrebbe compiuto 70 anni tra qualche giorno. Chi ha avuto la fortuna di conoscerlo adesso vorrebbe solo abbracciarlo, ascoltare la sua voce dal tono pacato, profondo, elegante. Magari Roberto arrossirebbe. A chi non lo ha conosciuto si può regalare un ritratto. Difficilissimo, però, da abbozzare.

Dipinti baffi, occhiali e giacca, per far capire chi era e cosa ha scritto, immaginato e realizzato questo professionista e uomo coraggioso, serio e infaticabile non basterà citare le tappe della lunga carriera. Del resto, il discreto Morrione parlava volentieri del suo lavoro – usando sempre il soggetto plurale, coinvolgendo chi lo affiancava – ma non del suo curriculum. L’esordio in Rai nel 1962 con “Rotocalco Televisivo” di Enzo Biagi; l’approdo a “TV Sette” e poi al Tg1 (come caporedattore Cronaca e vicedirettore); le inchieste sulla guerra in Iraq e sul fosforo bianco usato a Falluja; i reportage firmati per il Tg3; la vicedirezione del Tg2 e la direzione di Televideo; l’ideazione, fondazione e direzione di RaiNews24, fino all’impegno contro le mafie e per la Libera Informazione, vicino all’associazione di Don Luigi Ciotti, denunciando i rapporti tra criminalità organizzata e politica molto prima che questi diventassero il pane quotidiano della cronaca. Morrione è stato tutto questo, ed è riuscito a restare una persona umile, mite, discreta, come succede a volte ai veri “grandi”. Una rarità nel suo mestiere. Giornalista moderno e precursore, attento alle innovazioni dell’informazione, pioniere dei nuovi media, il Signor M. era al tempo stesso un giornalista all’antica – se il termine “antico” è vicino alla parola “correttezza” –, capace di andare subito fino in fondo, nel cuore dei fatti e in quello delle persone. Gli piaceva sfiorare l’essenza della realtà, con decisione e delicatezza. Anche per questo lascia un’eredità preziosa: un tesoro di umanità, esperienza e stile insostituibile, e necessario, oggi più che mai, di fronte allo stato di un mestiere che sta profondamente cambiando. E lascia bei ricordi, frammenti di confidenze. Come quando citava, pensieroso, una massima dell’«Hagakure» (l’antico codice dei samurai) contenuta in “Ghost Dog”, uno dei suoi film preferiti, che avrebbe voluto far vedere, diceva, a tutti i “suoi” giornalisti. «Si dice che ciò che siamo soliti definire “lo spirito di un’epoca” sia una cosa a cui non possiamo tornare. Il fatto che questo spirito tende gradatamente a dissiparsi è dovuto all’approssimarsi della fine del mondo. Pertanto, sebbene coltiviamo il desiderio di riportare il mondo contemporaneo allo spirito di cento o più anni fa, ciò non è possibile, dunque è importante che da ogni generazione si tragga il meglio». Pensando al Signor M, ancora oggi mi piace immaginarlo come un giornalista-samurai. Al posto della katana, l’uomo mite e coraggioso usava una penna. Ciao Roberto, un abbraccio.

Andrea D’Orazio

 
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