Il mondo preferisce il silenzio

censuraIl giornalismo non è mai stato un mestiere facile. Per farlo bene, “con la schiena dritta”, si finisce spesso per diventare scomodi. La verità dà sempre fastidio. Non accade solo in Italia dove il potere negli ultimi tempi ha preferito zittire la stampa. Accade in tutto il mondo, tanto che l’Unesco ha stimato in crescita il numero di giornalisti uccisi nel 2009.

Mettere a tacere è l’arma più semplice in mano al potere. Forse per questo il 2009 è stato, secondo la Federazione Internazionale dei Giornalisti (IFJ)  “uno dei peggiori anni per numero di giornalisti uccisi, un anno che ha concluso un decennio in cui si è assistiti a un numero record di professionisti dei media uccisi”. 
Il giornalismo sta forse diventando un mestiere sempre più pericoloso? E’ quello che si è chiesto proprio l’Unesco analizzando i dati della sua ultima indagine. Nonostante quasi tutti i governi internazionali riconoscano il diritto ad essere informati, di fatto il numero dei giornalisti uccisi cresce. E questo vorrà pur dire qualcosa. L’articolo 19 della Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo, adottata dalle Nazioni Unite nel lontano 1948, stabilisce che “ognuno ha diritto alla libertà di opinione ed espressione e questo diritto include la libertà di procurarsi informazioni senza interferenze e di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo di comunicazione e senza alcuna frontiera”. Pensare che a distanza di 60 anni il diritto all’informazione ancora non è garantito è piuttosto triste.

L’Unesco ha iniziato nel 1997 a contare il numero di giornalisti uccisi e nel rapporto “The safety of journalists and the risk of impunity” dimostra che l’annata 2008-2009 è stata la più sanguinosa con 125 giornalisti uccisi.
Forse il dato più preoccupante evidenziato dal rapporto è che nella maggior parte dei casi i delitti restano impuniti e nessuno cerca la verità, così questo atteggiamento finisce solo “per rappresentare una severa minaccia alla libertà di espressione”. Molte delle vittime (più del 60%) sono uccise in Paesi non in guerra, ma nei quali pubblicare informazioni delicate – ad esempio sul traffico di droga, sulla violazione dei diritti umani o sulla corruzione – può essere molto pericoloso forse quanto raccontare la guerra che si vive in prima persona.
Il Paese più pericoloso secondo i dati dell’agenzia dell’Onu sarebbero le Filippine con 37 omicidi in un anno, al secondo posto c’è l’Iraq dove dai 62 giornalisti uccisi tra il 2006 e il 2007 si è scesi a 15 nel 2008-2009, mentre il terzo posto è occupato dal Messico con 11 giornalisti assassinati.
Se nel caso delle guerre, la Federazione Internazionale dei Giornalisti (IFJ) mette a disposizione dei manuali e dei corsi che dovrebbero aiutare i reporter a saper affrontare i problemi in momenti decisamente pericolosi, i corsi o i manuali servono a ben poco quando il giornalismo non è dal fronte. Nonostante questo, la maggior parte delle vittime sono giornalisti che scrivono di cronaca locale e non sono corrispondenti di guerra.

Marianna Lepore

 
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