E poi vennero per me

Lasantha WickrematungeIl suo ultimo editoriale è apparso sul giornale che dirigeva, The Sunday Leader  tre giorni dopo il suo assassinio. Lo aveva lasciato lui, sapendo che lo avrebbero ucciso. Lasantha Wickrematunge era un giornalista in Sri Lanka, il paese del subcontinente indiano in cui dal 1983 va avanti una guerra infinita, peggiore della situazione in Israele e Palestina.  I ribelli separatisti del nord, le Tigri Tamil, sono stati i primi al mondo ad usare la tecnica degli attentatori suicidi con cinture bomba. Il governo centrale da parte sua non si è mai fatto scrupolo di bombardare i civili. La guerra ha provocato almeno 72.000 morti negli ultimi 25 anni, in maggioranza innocenti abitanti del nord est del paese. Il governo dello Sri Lanka non brilla per democrazia e la nazione è considerata una delle più pericolose al mondo per i giornalisti. Dal 2007 ne sono morti 9 e 2 sono scomparsi. Per la stampa riuscire a vedere quello che accade nelle zone del conflitto è praticamente impossibile. 
Nei suoi articoli e nel suo ultimo editoriale Lasantha denunciava la sistematica violazione dei diritti umani e il terrorismo di ambo le parti, governo e ribelli, le intimidazioni e gli assassini di giornalisti cingalesi. Nell’ultimo editoriale si chiedeva perchè continuare a fare il giornalista in una situazione di tale pericolo, con una moglie e tre figli, quando avrebbe potuto cambiare lavoro o fuggire all’estero. O persino entrare in politica, per godere almeno di una maggiore protezione. La sua risposta è che lo faceva per motivi di coscienza, “per chiamare le cose con il proprio nome”, per dire la verità. Perché il giornalismo libero è “uno specchio che può mostrare a una nazione quello che essa è veramente, senza trucchi”. Perchè voleva che il suo paese fosse democratico, libero, laico, trasparente. Il modo migliore per vendere giornali, scriveva Lasantha, è “articolare l’opinione della maggioranza”. Ma il suo giornale non ha avuto paura di dire che i problemi del paese non andavano risolti con i bombardamenti contro i propri stessi cittadini e con la repressione. “Per questo siamo stati chiamati traditori, e se questo è tradimento, allora andiamo fieri di questa etichetta”. 
Lasantha era già stato minacciato due volte e qualcuno aveva sparato contro casa sua con una mitragliatrice. Ma polizia e governo non avevano fatto alcuno sforzo per individuare gli autori di queste intimidazioni. Nel suo ultimo editoriale scriveva di aver ragione di credere che quegli attacchi fossero ispirati dal governo stesso. “Quando infine sarò ucciso, sarà il governo che mi avrà ucciso” Lasantha prosegue rivolgendosi direttamente al presidente dello Sri Lanka Mahinda Rajapaksa, con il quale aveva un rapporto di confidenza. Eppure non esita ad accusarlo di essere corrotto e di aver calpestato i diritti civili in nome del patriottismo come nessun altro presidente prima di lui. Lasantha poi si rivolge ai suoi lettori, li ringrazia, e rivendica di aver sempre combattuto la corruzione, affrontato i potenti, difeso i deboli, smascherato la propaganda. 
“Per questo io, e la mia famiglia, abbiamo pagato il prezzo che ho sempre saputo avrei dovuto un giorno pagare. Spero che il mio assassinio non venga visto come una sconfitta della libertà ma come un’ispirazione per coloro che vivranno. La gente spesso mi chiede perché affronto simili rischi e mi dice che è solo questione di tempo prima che io sia eliminato. Ma se noi non parliamo ora, non resterà nessuno per parlare per chi non può farlo, siano minoranze etniche, poveri o perseguitati. Un esempio che mi ha sempre guidato nella mia carriera di giornalista è quello del teologo tedesco Martin Niemoller. Da giovane era stato un antisemita e un ammiratore di Hitler. Man mano che il Nazismo prendeva piede però fu capace di vederlo per quello che era. Hitler non voleva soltanto sterminare gli ebrei, ma chiunque la pensasse diversamente. Niemoller parlò e per questo fu internato dai nazisti nel campo di concentramento di Dachau. In prigione scrisse una poesia che, fin dalla prima volta in cui la lessi da ragazzo, si è fissata nella mia mente…
Prima vennero per gli ebrei, e io non dissi niente perché non ero ebreo. 
Poi vennero per i comunisti, e io non dissi niente perché non ero comunista. 
Poi vennero per i sindacalisti e io non dissi niente perché non ero un sindacalista. 
E poi vennero per me, e non era rimasto nessuno che potesse parlare per me”.


Lasantha Wickrematunge è stato ucciso l’8 gennaio 2009 alle 10e30 del mattino, da quattro uomini in moto che hanno sfondato il finestrino della sua macchina e gli hanno sparato. Così alla fine sono venuti per lui. Dopo più di tre mesi, Reporters sans frontiers 
accusa il governo cingalese di ostacolare le indagini per identificare i suoi assassini.  Ma perché parlare di un omicidio avvenuto mesi fa in una nazione che per noi è dall’altra parte del mondo? La risposta è nella poesia citata da Lasantha. La risposta è in un’altra poesia di John Donne, citata anche nel famoso romanzo di Hemingway. “Non chiederti per chi suoni la campana, suona per te“. La risposta è che se nel mondo almeno la metà delle persone, o la metà del giornalisti, avesse sempre il coraggio di parlare contro le ingiustizie e in favore dei deboli, molti crimini non potrebbero accadere. Non potrebbero esserci le guerre, non ci sarebbe stato il Nazismo.
La risposta è che bisogna cercare di immaginare un mondo in cui la comunità internazionale dovrebbe essere capace di fare pressioni tali sugli stati che violano i diritti umani da rendere impossibile l’assassinio di un giornalista che racconta la verità. La risposta è che un mondo del genere non bisogna immaginarlo, bisogna pretenderlo
Per questo sono un’ispirazione la vita e la morte di Lasantha Wickrematunge

Grievous blow to Sri Lankan media dallla BBC

Francesco Defferrari

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