Editori contro il ddl intercettazioni

editoriappellocontrobavaglioNon saranno solo i giornalisti a pagare sulla propria pelle le conseguenze del disegno di legge sulle intercettazioni, ora in discussione in Parlamento. Contro la “legge bavaglio” si sono scagliati anche gli editori. Il ddl prevede che non si possano pubblicare né contenuti né riassunti degli atti di indagine in corso e inasprisce le sanzioni per i giornalisti e per gli editori, con multe fino a 465mila euro. La conseguenza diretta sarà il controllo preventivo sul lavoro dei giornalisti e su quello di autori e scrittori.

Per questo motivo l’Aie (l’associazione degli editori) aveva chiesto, in un comunicato, di riaprire la discussione sul disegno di legge. Il documento è però passato quasi inosservato fino a quando non è stato lanciato un appello al Salone del libro di Torino.
Il disegno di legge sulle intercettazioni, nato per difendere poche persone, diventerà una nuova limitazione della libertà di informazione. Libertà che in Italia, negli ultimi anni, è stata sempre più ridimensionata tanto che oggi, spesso, per leggere le notizie di politica italiana conviene leggere i giornali stranieri dove la censura non passa.
A fare i conti con la legge saranno anche le case editrici, soprattutto le più piccole, quelle che vivono d’inchieste giornalistiche (le stesse che sui giornali non riescono più a trovare spazio) che rischiano il collasso.
Per questo motivo Giuseppe Laterza e Stefano Mauri hanno lanciato un appello a cui hanno aderito la Rcs-Rizzoli, il gruppo Mauri Spagnol (Bollati Boringhieri, Garzanti, Longanesi, Guanda, Salani, Vallardi), Laterza, Feltrinelli, Il Castoro, Chiarelettere, Donzelli, Fazi, Giunti, e/o, Instar, Iperborea, Il Saggiatore, Marcos y Marcos, Minimum Fax, Nottetempo, Sellerio, Voland.
Unico assente è il gruppo Mondadori (proprietario anche di Einaudi), di cui è presidente la figlia maggiore del premier. Ancora una volta, il conflitto di interessi italiano esce allo scoperto. Ma lo fa in un modo del tutto inusuale. Marina Berlusconi non firma l’appello ma non prende nemmeno nettamente le distanze. Nella serata di sabato arriva, infatti, una nota della casa editrice che dice, «Mondadori fa parte dell’Aie che ha già espresso la sua opinione a nome di tutti gli editori italiani. Nei nostri libri ogni giorno difendiamo la libertà di espressione di tutti gli autori».
Poche parole ma nessuna firma, una contraddizione che vorrebbe tranquillizzare gli scrittori e forse, soprattutto, il governo.
Chi finirà per andarci di mezzo, ancora una volta, saranno i cittadini comuni: quelli che si comprano una casa dopo anni di sacrifici, quelli che alla fine del mese contano sulle dita di una mano i risparmi, quelli che non possono permettersi un week end al mare, figurarsi i trattamenti di bellezza. Questi cittadini non avranno più modo di sapere cosa accade nelle alte sfere del potere. Come chiarito dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, infatti, “la cronaca giudiziaria è essenziale in democrazia per consentire ai cittadini di verificare il corretto funzionamento della macchina della giustizia”.  E proprio su questo settore si erano specializzate tante case editrici che avevano avuto ottimi risultati negli ultimi anni. E che con una o due multe del genere rischierebbero la chiusura. Prima fra tutte, Chiarelettere, la casa editrice che pubblica i libri di Marco Travaglio.
Al governo attuale, però, non interessa il diritto di sapere dei cittadini. Per questo, poco a poco, lo sta distruggendo. Ci raccontano che siamo il paese più intercettato del mondo, ma la domanda reale è: al cittadino normale quanto importa di essere intercettato mentre chiama la moglie per dire che farà tardi a cena? Stefano Rodotà ricorda come, prima delle intercettazioni “bollenti”, a nessuno importava alcunché della privacy dei cittadini, e chi si adoperava per stabilire delle norme più severe rimaneva inascoltato.  Ora, invece, sembra sia un problema vitale per la massaia di Voghera. Quindi meglio zittire tutti, poco importa se le notizie siano vere o false.
Al cittadino non restano che le manifestazioni di protesta: venerdì 21 maggio sit-in imbavagliati alla Rai, e lunedì 24 maggio Stati Generali per un’informazione libera.  Prima che ci tolgano anche il diritto di manifestare oltre a quello di essere informati.

Marianna Lepore

 
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