È nata la Carta di Firenze

CartadiFirenze_GiornalismiGiornalistiQuando si parla di precariato troppo spesso si pensa che sia un problema che riguarda solo alcune categorie e si va avanti condividendo dei pregiudizi su alcune professioni, dando per scontato che siano privilegiate. Uno fra tutti è il mestiere del giornalista, ritenuto a torto un lavoro pieno di benefici. Nel giornalismo di oggi, in Italia, le storie di precariato e di sfruttamento sono innumerevoli, diffuse in lungo e largo per lo Stivale e aggravate dalla sensazione di fare il mestiere più bello del mondo, per cui valga anche la pena di farsi spremere fino all’osso.

C’è sempre un limite, però, ed è per questo che a Firenze il 7 e l’8 ottobre giornalisti precari e freelance di tutta Italia si sono riuniti sotto lo slogan “Giornalismi e Giornalisti – libera stampa liberi tutti” per scrivere il testo definitivo della Carta di Firenze.
Due giorni per scrivere un documento che dovrebbe tutelarli, ma anche per raccontarsi e contarsi, per prendere coscienza di essere tanti e diventare un po’ più forti di ieri.
Scenario di questa due giorni di incontri, scontri, dibattiti e qualche volta lacrime, il Teatro Odeon di Firenze che sopra al palco centrale ha una scritta quanto mai illuminante: “Chi vuol esser lieto sia di doman non c’è certezza”.
I 350 giornalisti accreditati, anche senza certezza nel futuro, hanno così raccontato le proprie storie: da chi all’improvviso è stato licenziato perché si è rifiutato di lavorare gratis nei mesi estivi, a chi è considerato fortunato perché ha un contratto a tempo indeterminato ma ha uno stipendio mensile di 800 euro lordi e un contratto che lo obbliga a lavorare in esclusiva solo per quella azienda editoriale, da chi a quattro anni dalla pensione è stato mandato via e si ritrova senza più alcun futuro a chi a 49 anni continua a lavorare a 5 euro ad articolo. C’erano poi le donne, tante, quelle che per il 28% dei casi lavorano in redazioni senza il contratto nazionale dei giornalisti e che a causa della loro precarietà si sentono influenzate, ben il 70% di loro, nella scelta sul formarsi una famiglia.
La presenza che pochi si aspettavano è stata quella di Arne Konig, presidente della Federazione Europea dei Giornalisti, che è salito sul palco e alla platea ha ricordato quello che molti sperimentano sulla loro pelle, “che non è possibile fare un lavoro decente pagati 3 euro al pezzo e che i giornalisti devono avere capacità contrattuale”. Konig ha voluto chiudere il suo discorso ricordando che in Italia c’è “un’ottima tradizione di giornalismo” e ha invitato i giovani a “non perderla”.
In sala l’entusiasmo è stato molto forte, nonostante gli anni di lavoro precario, sottopagato, sfruttato. E si è discusso fino a tarda sera, per arrivare a stilare questo documento. Il testo è stato poi presentato nella giornata di sabato, quando i lavori sono stati aperti da una tavola rotonda dal titolo “Cinquanta centesimi a pezzo: è dignità?” a cui hanno preso parte il presidente della Federazione Italiana Editori Giornali, Carlo Malinconico, il segretario della Federazione Nazionale Stampa Italiana, Franco Siddi, il relatore del disegno di legge sull’equo compenso, Enzo Carra e il segretario dell’Ordine dei giornalisti, Giancarlo Ghirra, che faceva da moderatore. Una tavola rotonda molto tesa, in cui i tanti giovani provenienti dai molti coordinamenti dei precari nati negli ultimi anni lungo lo Stivale hanno provato a prendere parola con scarsi risultati. Carra ha illustrato la legge sull’equo compenso in esame alla Camera, che a suo avviso potrebbe diventare legge anche prima di eventuali elezioni anticipate. Una legge semplice, con quattro articoli, che al primo recita: “in attuazione dell’articolo 36, la legge promuove l’equità contrattuale della retribuzione per i giornalisti”. La platea ha chiesto invano di fare domande e il presidente della Fieg, Malinconico, si è limitato a dire che “il compenso dei giornalisti deve essere proporzionato alla qualità e quantità del lavoro prestato” aggiungendo che “sarebbe ingenuo pensare che il mondo dei giornali sia tutto virtuoso”. Tempo finito, Malinconico si dilegua velocemente lungo la sala, rincorso invano da tanti giovani che avrebbero voluto fargli molte più domande, visto che si trattava di una tavola rotonda aperta.
È arrivato quindi il momento della presentazione della Carta di Firenze che dopo tante discussioni non cambia e resta il testo presentato nella mattinata precedente. I contributi arrivati dai partecipanti alla due giorni sono inseriti in un documento di accompagnamento che però non risulta, al momento, sul sito internet. Cosa cambia? Apparentemente poco. A tutti i giornalisti deve essere garantita un’equa retribuzione (con la conseguenza che gli iscritti all’ordine sono tenuti a non impiegare quei colleghi le cui condizioni lavorative prevedano compensi inadeguati, quindi bisogna capire nel caso in cui gli editori non siano in grado di sostenere un aumento delle spese che fine faranno i collaboratori sottopagati); l’ordine e la federazione favoriranno l’adesione alle casse previdenziali e di assistenza sanitaria e previdenza complementare della categoria, in modo da garantire le stesse tutele anche a chi non è inquadrato come lavoratore dipendente; gli iscritti all’ordine con ruoli di coordinamento nelle testate dovranno impegnarsi affinché il lavoro svolto commissionato sia retribuito anche se non pubblicato o trasmesso (perché se un articolo all’ultimo momento salta, chi l’ha scritto ha comunque perso una giornata di lavoro) e controllare che i giornalisti ormai in pensione non vengano nuovamente impiegati dal medesimo datore di lavoro con forme di lavoro autonomo e inseriti nel ciclo produttivo nelle medesime condizioni del precedente rapporto. CartaFirenze_giornalistiinsaldo
In realtà l’approvazione in aula non è arrivata per acclamazione, come qualcuno ha scritto, ma con un applauso, anche abbastanza timido, fatto da quanti erano convinti che di lì a poco si sarebbe votato per alzata di mano (come era stato detto all’inizio). La carta non introduce quei cambiamenti che la platea riteneva decisivi e non riconosce nemmeno quelle nuove figure professionali, come il web writer, il content editor, il blogger, pure assimilabili al giornalismo. I punti innovativi sono contenuti invece nel già citato e al momento irreperibile documento di accompagnamento in cui si parla di nuovi strumenti sindacali per organizzare la rappresentanza dei giornalisti non contrattualizzati, si chiede che Fnsi, Ordine, Inpgi e Casagit prevedano nelle contrattazioni aziendali la questione dei “collaboratori” e promuovano vertenze collettive specifiche per questi colleghi e garantiscano ai collaboratori freelance e lavoratori autonomi la tutela legale soprattutto per quei contesti ambientali e territoriali a rischio.
Un testo che “non è la panacea di tutti i mali del precariato” come ha detto il coordinatore del gruppo sul precariato Odg, Fabrizio Morviducci, ma nasce dalle richieste di chi vive quella condizione. Il punto chiave è nell’ultimo articolo che introduce sanzioni per chi vìola queste regole. “Una garanzia a tutela di tutti i giornalisti”, l’ha definita il presidente nazionale dell’Ordine, Enzo Iacopino.
Il valore reale dell’incontro, però, è quello di aver creato una rete di persone che hanno qualcosa in comune e condividono gli stessi problemi, è quello di essersi contanti e di aver visto di essere in molti: in attesa di vedere l’applicazione reale delle discussioni fatte si esce quindi un po’ più forti. Ed è un bene, per i giornalisti presenti e per i lettori, perché un giornalista fragile è un giornalista non libero.

Marianna Lepore

 
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