Le censure di Berlusconi

Berlusconi

L’autunno caldo della politica è appena cominciato. Poco importa che siamo ancora a fine agosto e il caldo sembra solo atmosferico. Tra qualche mese le libertà fondamentali degli italiani saranno messe a dura prova. Oggi si apprende che il presidente del Consiglio ha intentato causa a Repubblica chiedendo un risarcimento per un milione di euro al Gruppo L’Espresso, oltre a una somma da stabilire “a titolo di riparazione”

Rischi del mestiere, verrebbe da dire. L’articolo 21 della nostra Costituzione sancisce che “tutti hanno il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure.”
Il giornalista deve però rispettare una serie di leggi professionali e tra queste la più temuta è decisamente la diffamazione a mezzo stampa. Una diffamazione aggravata perché potenzialmente può raggiungere un pubblico vastissimo.
Non tutte le cause per diffamazione si vincono, perché capita che il giornalista non dica cose false, quanto piuttosto cose che nessun altro dice. Rischi del mestiere, appunto.
Se il premier avesse risposto quando le dieci domande di Giuseppe D’Avanzo sono state pubblicate, mesi e mesi fa ormai, le cose sarebbero andate diversamente. Come una qualsiasi intervista insegna, le risposte non sono sempre veritiere, ma negarle per un personaggio pubblico può essere scomodo. Anche perché le iniziali dieci domande erano un po’ diverse, visto che negli ultimi mesi alle cronache sono arrivati nuovi scandali, nuove dichiarazioni, spesso da persone nemmeno tanto lontane dal presidente del Consiglio. Così anche i quesiti si sono ampliati perché c’era molto più materiale su cui interrogarsi.
Le 10 domande indurrebbero il lettore a pensare, a causa di una forma non interrogativa, ma affermativa, che non siano quesiti bensì circostanze vere. Il tutto secondo i legali del premier. I lettori italiani, pochi superstiti, in realtà tanto stupidi non sono e riescono ancora a distinguere tra una domanda e una certezza. 
Quello che però sembra assurdo è l’idea che non si possano nemmeno riportare gli articoli dei giornali stranieri. Perché Repubblica è stata citata in giudizio anche per un altro articolo del 6 agosto in cui si riportava il titolo di un giornale straniero che parlava di infiltrazioni della mafia russa. Non potendo, quindi, citare in giudizio tutte le testate straniere che negli ultimi quattro mesi hanno continuato a fare articoli sul nostro premier che noi ci possiamo sognare (per elenco di dettagli e accuse dirette), allora si va all’attacco di chi riporta i titoli. Come se anche l’eventuale rassegna stampa dovesse essere filtrata. 
Ma del resto ieri si è saputo che la Rai non accetterà di trasmettere la pubblicità del documentario Videocracy, che sarà alla mostra di Venezia, con motivazioni abbastanza fantasiose
Quando al Governo c’era Romano Prodi non è che i giornali dell’attuale premier fossero poi “dolci” con l’allora presidente del Consiglio. Dal termine “mortadella”, totalmente sdoganato, molto altro non si risparmiava dal venire pubblicato. ‘Il Giornale’ ha diversi esempi di condanne ricevute per diffamazione ed è stato proprio querelato per diffamazione da Prodi perché, dopo aver costruito una campagna denigratoria sul presunto supertestimone Igor Marini che per mesi occupò le pagine dei giornali per rivelarsi totalmente falsa, aveva insinuato che l’ex premier avesse intascato i doni ricevuti da capi di Stato stranieri
Quando poi Prodi è stato il primo a stabilire regole proprio sui regali del capo del Governo e si era ben guardato dal portarseli a casa. Lui a quanto pare non portava nemmeno a spasso giovani donzelle e suonatori di mandolino sugli aerei di Stato su e giù per la Penisola. 

Marianna Lepore

Le 10 domande di Repubblica

 
  

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