Stagisti a vita

sondaggiostagistiMolti sono convinti che lo stage possa aiutare ad entrare nel mondo del lavoro, farsi conoscere, avere dei contatti oltre che una semplice voce in più nel curriculum. Ma in Italia gli stage non servono a molto. Perché, come spesso capita, non c’è alcun controllo. Il 6 maggio del 2009 l’Isfol (Istituto per lo sviluppo della formazione professionale dei lavoratori) e la Repubblica degli Stagisti hanno aperto un sondaggio per capire chi è lo stagista italiano. E ora arrivano i primi risultati.

Eleonora Voltolina, direttore della Repubblica degli Stagisti, ha illustrato pochi giorni fa a Verona nel corso della fiera Job&Orienta un’anteprima degli elementi più interessanti emersi fino ad ora dai quasi 3mila questionari compilati. Con lei c’era anche Ginevra Benini, ricercatrice dell’Isfol.
L’identikit ufficiale dello stagista italiano sarà presentato, però, solo a gennaio 2010, ma al momento sono già emersi alcuni dati interessanti. 
Il sondaggio era aperto a chiunque nella vita avesse fatto anche solo uno stage e voleva tirar fuori dall’ombra i 400mila stagisti italiani per capire chi fossero, quanti anni avessero e soprattutto cosa si aspettassero dallo stage.
La risposta secca di quasi la metà dei partecipanti (43,9%) è stata “trovare un lavoro”, ma questa aspettativa è quasi sempre frustrata. Perché solo 3 stage su 100 si trasformano nel contratto più ambito, oggi, quello a tempo indeterminato e meno di 1 su 5 porta a un contratto di altro tipo.
“In quasi la metà dei casi – dice Eleonora Voltolina – lo stage si conclude con una stretta di mano e arrivederci, ed è allarmante che addirittura una su cinque (18,5%) la proposta che arriva sia quella di una proroga dello stage – che invece dovrebbe essere una circostanza più unica che rara”.
E tutto questo nonostante oltre il 90% degli stagisti porti a termine lo stage che, una volta su due, non prevede nemmeno il rimborso spese. Così, nella maggior parte dei casi (37,8%) oggi chi ha partecipato al sondaggio è ancora in cerca di un lavoro.
All’appello hanno risposto soprattutto le donne (68,9%) e sul totale il 65,2% era costituito da 25-30enni, tutti con un’istruzione alta visto che il 44,6% dei partecipanti ha una laurea specialistica o vecchio ordinamento, il 27,1% ha una laurea triennale e il 13,7% anche un diploma di master.
Spesso, poi, i partecipanti allo stage devono fare i pendolari se non addirittura trasferirsi in un’altra città per raggiungere il posto di lavoro, costretti, quindi, a sostenere costi di trasporto, vitto e alloggio naturalmente di tasca propria. “Quasi la metà delle voci che abbiamo raccolto – dice Eleonora Voltolina – dichiara di non aver ricevuto nemmeno un euro di rimborso spese”. Questo nonostante a volte lo stage duri molto più dei 4 o 6 mesi previsti, ma si allunghi fino a 12 mesi. A volte anche di più nonostante non sia legalmente possibile. Ma non si è mai visto nessuno controllare i luoghi di lavoro, soprattutto quelli giornalistici.
Eppure nonostante tutti i lati negativi, i giovani italiani sono stakanovisti e dichiarano che la qualità dello stage è buona (35,3%) se non addirittura ottima (18,1%).
Negli anni, però, si è perso per strada il valore formativo dello stage, tanto che gli studenti-lavoratori si sono espressi per il 50% molto negativamente sulla figura del tutor. Per il 18% degli intervistati, il tutor non è stato altro che una firma sul modulo. Ma anche qui, non c’è nessun controllo, nessuno che possa non confermare il tutor e nessuno stagista si sognerebbe mai di contraddire un possibile futuro datore di lavoro.
Così, ancora una volta, nel nostro paese quello che poteva essere un buon strumento di inserimento nel mondo del lavoro è diventato invece un modo come un altro per avere, legalmente, forza lavoro a costo zero. Uno sfruttamento legalizzato di cui lo Stato non si preoccupa mai.

Marianna Lepore


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