Un paese precario

No al precariatoIl ministro dell’Economia Tremonti ha appena scatenato un dibattito su tutti i giornali italiani dichiarando che il posto fisso è meglio del precariato. E’ un affermazione del tutto ovvia, lo ha ammesso lui stesso, ma ha fatto sensazione perché ormai nel nostro paese da almeno 10 anni quasi tutte le forze politiche si sono ben guardate dal difendere il lavoro a tempo indeterminato. Il precariato libero e diffuso è il paese dei balocchi per le aziende italiane, che non hanno nessuna intenzione di rinunciarci.

Chi mai potrebbe costringerle a farlo, in un paese dove la destra e la sinistra fanno a gara a chi dimostra maggiore amicizia a Confindustria? Il problema è quali saranno le conseguenze a lungo termine in un paese dove gran parte dei giovani non ha un lavoro stabile e nemmeno lo vede all’orizzonte. Se si continua in questo modo fra due o tre decenni avremo un’intera parte della società priva di copertura pensionistica dopo aver vissuto tutta la vita tra l’occupazione instabile e la disoccupazione. E’ una prospettiva di suicidio sociale della nazione.
In gran parte dei paesi europei per evitare questo scenario disastros o sono state adottate da molti anni misure come quelle proposte dall’economista Tito Boeri: ammortizzatori sociali per tutti nei periodi di disoccupazione, contratto unico che preveda all’inizio la possibilità di licenziare ma diventi poi sempre più stabile con il passare del tempo. L’Italia però non ha fatto niente del genere e sembra difficile che un governo noto per fare mirabolanti annunci più che fatti concreti abbia davvero la volontà e la capacità di risolvere la situazione.
Sul problema del precariato nella scuola, ad esempio, la prima proposta del governo, fortunatamente bocciata in parlamento da un accordo tra maggioranza e opposizione, precludeva ai supplenti la maturazione di anzianità per l’immissione in ruolo. 
Il nostro paese si avvia a diventare uno stato con una minoranza di ricchi e benestanti, una piccola parte di professionisti ben pagati e una maggioranza di poveri, un modello che assomiglia ai peggiori disastri del capitalismo selvaggio degli stati del secondo e terzo mondo, e che a lungo termine può provocare soltanto rivolte, repressione e miseria. Sarebbe bello poter credere che l’uscita di Tremonti possa creare una riflessione seria su un pericolo molto grave e concreto, ma in un paese dove in genere tutti i problemi vengono lasciati crescere e suppurare finché non esplodono in maniera disastrosa, non è facile essere ottimisti. 

Francesco Defferrari


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