La protesta delle donne dell’Omsa

OmsaprotestacontrochiusuraI rappresentanti di Futuro e libertà con cariche istituzionali hanno confermato le proprie dimissioni aprendo, di fatto, la crisi. Il Governo del fare potrebbe cadere dopo soli due anni lasciando il paese in piena crisi economica. La crisi occupazionale in Italia è totale e non riguarda solo chi non ha un lavoro, ma anche chi il posto ce l’ha ma con le ore contate. È il caso delle lavoratrici Omsa dello stabilimento di Faenza (Ra).

Non ci sono segni positivi nella nostra economia. E se ci sono non coinvolgono i lavoratori italiani ma al massimo le società. In questo caso non stiamo parlando di un’azienda senza utili. Il gruppo Omsa, infatti, va bene. Ha la leadership di mercato, quindi dei buoni guadagni. Avere maggiori profitti, però, è l’obiettivo di tutti. E se a poca distanza si possono ottenere più o meno gli stessi risultati, pagando una manodopera molto più bassa, perché non decidere di licenziare 350 dipendenti e guadagnare di più?
Ecco quindi che torna la politica della delocalizzazione all’estero, in questo caso in Serbia, per maggiori guadagni. Nel paese balcanico le operaie saranno pagate meno, così come il costo dell’energia e il carico fiscale peseranno molto meno.
I dipendenti (in larga parte donne) sono in cassa integrazione da mesi, ormai, e se a marzo del prossimo anno almeno il 30% di loro non avrà trovato una ricollocazione, il sussidio cesserà per tutti. Fino ad ora, però, nessuno spiraglio di luce.
Per mesi le lavoratrici hanno presidiato i cancelli, di notte e di giorno, per cercare di impedire il trasferimento dei macchinari e difendere il loro lavoro. Anche se molti di quei macchinari sono stati portati via. Hanno creato un gruppo su facebook che ha raccolto più di 3.000 adesioni. E soprattutto hanno lanciato un appello a tutte le donne che come loro ogni giorno si barcamenano tra lavoro e famiglia: boicottare il marchio. Non solo quello Omsa, ma anche tutti gli altri marchi collegati all’azienda: Philippe Matignon, Sisi, Golden Lady, Hue Donna, Hue Uomo, Saltallegro, Saltallegro Bebé, Serenella. Un invito ad essere solidali tra donne, almeno per una volta.
Giovedì 18 novembre si siederanno allo stesso tavolo la proprietà Golden Lady/Omsa Spa, il ministro dello sviluppo economico, Paolo Romani e i sindacati per affrontare ancora una volta il problema. “In quella occasione – ha detto Gian Carlo Muzzarelli, assessore regionale alle attività produttive dell’Emilia Romagna – la proprietà dovrà dimostrare la propria responsabilità in modo concreto, costruttivo e propositivo. La Regione e le istituzioni locali si presenteranno al tavolo per garantire un accordo globale e per consentire il ricollocamento a marzo di almeno 104 lavoratori e lavoratrici, in modo da poter proseguire la cassa integrazione e completare il piano di reinserimento al lavoro di tutto il personale”. In sette mesi, dall’ultimo incontro con il ministero, l’Omsa non è ancora riuscita a trovare soluzioni alternative per la conversione dello stabilimento di Faenza.
Più di trecento famiglie ora sono in attesa. L’invito delle operaie a boicottare il marchio si diffonde a macchia d’olio in rete. E agli italiani non resta che sperare che altre multinazionali non facciano la stessa scelta, già intrapresa da Fiat, Geox, Bialetti, Rossignol, Ducati, Energia, Benetton, Calzedonia, Stefanel, Telecom Italia, Wind, H3g, Vodafone, Sky Italia (solo per dirne alcune).
Perché tra un litigio di partito e una promessa mai mantenuta, gli italiani continuano a scontare sulla loro pelle la crisi economica.

Marianna Lepore

 
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