La guerra in Libia e gli interessi italiani

GheddafiBerlusconiLa guerra civile a Tripoli è ormai realtà: oltre 500 morti (il numero preciso non è conosciuto), scontri per le strade, nuovi bombardamenti, militari che disertano, l’Onu e la Lega araba a rapporto per decidere come comportarsi. Da ieri sera anche l’Italia ha deciso di unirsi al resto d’Europa nella condanna della violenza del regime sulla popolazione civile. È stata una nota arrivata in serata a dirlo e a eliminare, forse per poco, quel brusio di sottofondo sull’amicizia tra Berlusconi e Gheddafi.

Ieri ci avevano pensato già i cittadini libici che vivono in Italia a mostrare il proprio malumore per quel silenzio così pesante del nostro Governo sul leader libico. Così davanti all’ambasciata libica di via Nomentana, a Roma, avevano manifestato contro i massacri in corso nel loro paese e contro i governi che sostengono Gheddafi. Quindi contro il nostro premier a cui era destinato uno degli striscioni: “Berlusconi fermo di fronte al massacro del popolo libico”.
Quel silenzio era pesato molto, soprattutto perché il resto d’Europa aveva aspramente condannato i fatti in Libia. L’Italia, invece, attraverso il ministro degli Esteri, Franco Frattini, aveva invitato l’Europa a “non interferire” e aveva spiegato che bisogna “difendere la sovranità e l’integrità territoriale della Libia”. Anzi, si era spinto oltre, dichiarando che “l’Europa non deve esportare la democrazia in Libia: non sarebbe rispettoso dell’indipendenza del popolo, della sua ownership”. Parole che fanno riflettere, perché evidentemente la democrazia è “esportabile” solo a grandi distanze. Va bene esportarla in Iraq, va bene esportarla in Afghanistan. In Libia no, meglio rimanere solo a guardare. Così i militari sparavano sulla folla scesa in piazza, cecchini sui tetti uccidevano chiunque avesse la faccia da rivoltoso, interi quartieri erano messi a ferro e fuoco, tutto a due passi da casa in una nostra ex colonia, mentre il governo italiano continuava a far finta di niente.
Ma in serata le notizie di tutti quei morti, di quelle devastazioni e quel silenzio così pesante di cui si è parlato in tutta Europa iniziava a pesare troppo. Così arriva la nota del premier italiano che dice di essere “allarmato per l’aggravarsi degli scontri e per l’uso inaccettabile della violenza sulla popolazione civile.” E aggiunge che “l’Unione Europea e la Comunità internazionale dovranno compiere ogni sforzo per impedire che la crisi libica degeneri in una guerra civile dalle conseguenze difficilmente prevedibili e favorire invece una soluzione pacifica.”
Ed ecco che all’improvviso escono fuori tutti gli interessi per cui il nostro Paese nicchiava nel dichiarare sbagliate quelle violenze. Primo fra tutti il tema dell’immigrazione: è stato l’accordo con Tripoli del 2009 a bloccare gli sbarchi verso l’Italia (con molte proteste sul fronte dei diritti umani non rispettati), ma ora il ‘cordone di sicurezza’ che nell’ultimo anno e mezzo ha fermato le partenze dai porti libici rischia di sbriciolarsi con un effetto `liberi tutti´ che potrebbe essere dirompente sui flussi migratori verso l’Europa. È stato proprio Gheddafi a minacciare che se l’Ue appoggerà ancora i manifestanti, la Libia interromperà gli accordi di cooperazione sull’immigrazione illegale.
Ci sono poi altri affari: la Libia è il primo fornitore di petrolio e il terzo di gas nel Bel paese. Dai pozzi nel deserto arriva il 24% del petrolio importato in Italia e il 12% circa del gas. Ed è di oggi la notizia che a partire da ieri sera il flusso di gas importato attraverso il gasdotto Greenstream avrebbe subito un rallentamento e la situazione è in peggioramento. Senza contare che Gheddafi è diventato il maggior azionista della prima banca italiana, Unicredit, con una quota vicina al 7%. Il che vuol dire controllo di Telecom, Rcs-Corriere della Sera e Generali. La Libia controlla poi il 7,5% delle azioni della Juventus e l’1% dell’Eni con uno scambio “alla pari” di una concessione di altri 25 anni.
Gli affari dell’Italia e dell’Europa con il Paese ora alle prese con la guerra civile sono moltissimi. Questo spiega anche perché questa mattina tutte le piazze europee abbiano aperto in negativo.
Per anni abbiamo investito in un paese dominato da una dittatura, dimenticando la democrazia, l’etica, i diritti umani, solo per trarne vantaggi. E oggi che questo paese è in tilt e la sua rivolta ha forti ripercussioni anche sulle nostre democrazie, resta da chiedersi chi abbia colonizzato chi.

Marianna Lepore


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