La crisi infinita

La crisi di oggi è la stessa di tre anni fa che non se ne è mai andata. E’ ancora qui non soltanto perché la crisi è un evento normale in un sistema capitalista, ma anche perché le sue ragioni sono strutturali e i governi non hanno fatto quasi nulla per affrontarle, quello italiano meno di tutti. ll sistema economico ormai diffuso in tutto il mondo si basa sulla produzione di beni di consumo in massima parte inutili che si cerca di vendere in quantità sempre maggiori. Ma allo stesso tempo quelli che producono questi beni vogliono venderli al massimo prezzo possibile, ma non così alto da diventare troppo caro per la maggioranza, e quindi vogliono anche pagare il meno possibile i loro lavoratori, cioè coloro che i beni li creano effettivamente.

Dato che i lavoratori sono anche la grande maggioranza dei consumatori, è ovvio che questo sistema non può e non potrà mai funzionare bene. L’aumento del consumismo e la conseguente necessità di abbattere i costi delle materie prime e del lavoro ha creato un un mondo con una maggioranza di poveri sfruttati che consuma pochissimo, una fascia media che consuma molto e una minoranza di ricchi. Quando c’è una crisi la fascia media si impoverisce e consuma meno, i poveri fanno la fame e i ricchi restano ricchi. L’aspetto ironico di tutto questo è che il sistema in effetti potrebbe funzionare molto meglio con soltanto un pò meno avidità: se chi produce i beni di consumo venisse pagato meglio avrebbe anche maggiori capacità di spesa. Ma questo implica un livellamento almeno parziale delle differenze sociali con una redistribuzione della ricchezza. Questo nei paesi occidentali viene fatto almeno in parte da parecchio tempo con le tasse e il loro utilizzo per fornire servizi sociali come la sanità, la scuola, gli ammortizzatori sociali. Ma si tratta in realtà di una redistribuzione della ricchezza davvero minima e se poi chi deve gestirla la spreca in mille modi come fa la politica italiana e crea un debito pubblico enorme allora la soluzione finisce per aggravare il problema. La situazione nei paesi ricchi è ormai fuori controllo perché la produzione effettiva dei beni di consumo viene fatta dove le materie prime costano poco e il lavoro si può sfruttare a livelli impensabili in occidente, mentre il sistema economico locale è ormai fondato sulla finanza, i mutui, la borsa, le assicurazioni, il debito, in pratica una ricchezza che non esiste davvero, un castello di carte che può crollare da un momento all’altro. 
Per uscire da questo disastro incombente il sistema andrebbe ripensato completamente con meno consumismo, meno rifiuti, minori spostamenti di merci quando non è davvero necessario, energie rinnovabili, commercio equo tra il sud e il nord del mondo, meno super ricchi e più persone in grado di vivere dignitosamente. L’economia migliorerebbe e si avrebbe anche il non affatto secondario beneficio di salvare il pianeta dalla strada autodistruttiva in cui lo ha portato l’attuale sistema. Ma nel clima politico degli ultimi vent’anni proporre simili argomenti è diventato impossibile: in quasi tutto il mondo chi controlla l’economia e vi si arricchisce enormemente ha preso da tempo il controllo dei mass media e quindi ha già vinto una battaglia culturale che ha marginalizzato ogni idea di un sistema economico alternativo. Anche i partiti un tempo detti di sinistra sono stati ormai fagocitati da questa egemonia culturale e non sono più nemmeno capaci di avanzare la minima critica al capitalismo. 
Cosa accadrà allora? qualcosa prima o poi dovrà cambiare perché non è possibile mantenere in piedi all’infinito un gioco truccato che cerca di perpetuarsi contro ogni logica: sarà necessario correggere il sistema perché sia meno diseguale e meno basato sullo spreco oppure prima o poi tutto crollerà e allora anche i politici e i super ricchi avranno difficoltà a cadere in piedi. Ma per ora non sembra che se ne rendano conto.  

Francesco Defferrari

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